Il sogno di Obama nel giorno di Luther King: grande festa e nuovo stile di vita
Nel Mall, l’immensa spianata nel cuore di Washington che funge da ”piazza d’America”, c’è un’aria di allegria, come raramente la severa capitale americana ha respirato dacché l’undici settembre ha contribuito a creare un senso di perenne insicurezza. Non che la gente abbia dimenticato che l’America ha tanti nemici, ma qui, oggi, è venuta a festeggiare l’uomo che li ha convinti a credere nella possibilità di una nuova primavera.
Ai piedi del Monumento di Abraham Lincoln, lo stesso posto dove 45 anni fa Martin Luther King tenne il suo più famoso discorso sull’eguaglianza - I had a dream, ”Ho fatto un sogno” -, i nomi più illustri dello spettacolo e della musica hanno cantato e recitato versi e brani storici, per dare il benvenuto al primo presidente di colore. Bruce Springsteen, il menestrello della classe operaia, Beyoncè, la dea dei giovani, Stevie Wonder il re del rhythm & blues, si sono alternati ad attori come Tom Hanks, Denzel Washington, Forest Whitaker, e ad esponenti di colore come il figlio di Martin Luther King e il grande golfista Tiger Woods. Ognuno ha accolto la richiesta di Barack Obama, e invece di pescare nel repertorio più famoso e facile, ha scelto canzoni impegnate e brani della storia americana e dei documenti della Repubblica, per contribuire al tono gioioso delle celebrazioni senza nulla togliere alla sua solennità.
Ieri, prima di passare a salutare i concittadini giunti da ogni angolo d’America e riuniti al concerto sul Mall, Obama e Michelle erano stati in chiesa. E per le loro preghiere della domenica avevano scelto una chiesa battista tra le più impegnate nel Paese nella lotta alla povertà. La coppia presidenziale non ha deciso se questa resterà la sua chiesa negli anni a venire, ma ha confermato che ne avrà una e che la frequenterà con regolarità. Allo stesso modo, Barack e Michelle hanno già fatto capire che non vivranno rinchiusi alla Casa Bianca, come fanno alle volte i presidenti, ma vivranno nella città e andranno fuori a cena (lo hanno già fatto due volte da quando sono arrivati, il 5 gennaio) e faranno visita ad amici e alleati. Obama insomma vorrebbe imporre un cambiamento di stile non solo al livello della politica e dell’economia, ma anche della vita quotidiana. E difatti ha condotto un vero braccio di ferro con il servizio di sicurezza che voleva togliergli il Blackberry, il cellulare, e che lui ha ottenuto di conservare per rimanere in contatto con i collaboratori e la base.
Oggi, Obama insieme a Michelle darà un altro segnale del cambiamento che spera di portare nel Paese, offrendo delle ore di lavoro volontario: la giornata di oggi, in cui si celebra l’anniversario della nascita di Martin Luther King, è stata dedicata a livello nazionale all’impegno e al volontariato, e milioni di persone hanno firmato un documento in internet in cui si sono impegnate a «rinnovare l’America insieme» e a fare del volontariato anche nel resto dell’anno.
Domani Barack giurerà fedeltà alla Costituzione, terrà il suo discorso di insediamento e poi andrà a installarsi alla Casa Bianca, da dove George Bush e Laura saranno usciti la mattina presto, per tornare nel loro Texas. E così comincerà il vero lavoro di presidente. Sappiamo già che Barack lavorerà sin dal primo giorno, come aveva promesso in campagna elettorale, anche se i balli e le feste di martedì sera si protrarranno probabilmente fino all’alba. I suoi collaboratori entreranno alla Casa Bianca già martedì pomeriggio, e mercoledì mattina, dopo una messa solenne, Obama ha convocato nello Studio Ovale i ministri dell’economia e della politica estera e della sicurezza. Al centro del suo primo giorno come 44esimo presidente ci saranno l’economia e le iniziative del pacchetto di stimolo, la guerra in Iraq e la situazione in Palestina. I suoi elettori sperano che Obama manterrà l’impegno di avviare al più presto il ritiro dall’Iraq: «Nel mio primo giorno da presidente - aveva detto a luglio -, chiamerò i capi degli Stati Maggiori e darò loro una nuova missione: finire in modo responsabile e decisiva questa guerra».

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