Monday, December 8, 2008

Il new deal di Obama parte dalle infrastrutture e da Internet

La crisi è sempre più profonda, i consumi in picchiata. Obama non aspetta più il giorno del giuramento per presentare il suo “new deal da 21° secolo”. Nel messaggio video del sabato, sempre in parallelo con quello ormai inascoltato del presidente Bush, Barack ha lanciato (su YouTube) un piano di ricostruzione delle infrastrutture americane, da ponti alle strade, dalle scuola alla sanità che si preannuncia il più grande degli ultimi 50 anni, allo scopo di dare subito occupazione e lavoro…

                                                                                                                                  di Giampaolo Pioli

New  York, 7 dicembre 2008. La crisi è sempre più profonda, i consumi in picchiata. Obama non aspetta più il giorno del giuramento per presentare il suo “new deal da 21° secolo”. Ieri mattina nel messaggio video del sabato, sempre in parallelo con quello ormai inascoltato del presidente Bush, Barack ha lanciato (su YouTube) un piano di ricostruzione delle infrastrutture americane, da ponti alle strade, dalle scuola alla sanità che si preannuncia il più grande degli ultimi 50 anni, allo scopo di dare subito occupazione e lavoro.

“Riaggiustando l’America – ha detto Obama -creeremo 2,5 milioni di posti e rilanceremo le nostre priorità come educazione, salute , energia, strade e internet, agganciandole tutte quante al lavoro”. Si tratta di una versione moderna, anche se un poco più piccola, del faraonico piano di Franklin Delano Roosevelt, che oltre mezzo secolo fece uscire gli Stati Uniti dalla lunga depressione.

Le 5 priorità del presidente eletto, sono state scandite con molta chiarezza: “Lanceremo la più rande campagna di sensibilizzazione per far risparmiare energia ai palazzi pubblici americani che oggi pagano la più alta bolletta del mondo. Non risparmieremo solo miliardi di dollari l’anno, ma rimetteremo gente al lavoro”. Per ricostruire ponti e strade Obama è ancora più esplicito: “Metteremo milioni di persone nei cantieri, dando corso al più grande singolo investimento della storia americana dalla creazione della prima rete autostradale federale - dice Obama -. Questa volta però il controllo su ogni dollaro sarà ferreo e applicheremo una semplice regola: ‘use it or lose it’, se gli Stati non useranno i finanziamenti, li perderanno”.

Il “new Obama deal” comprende anche centinaia di miliardi di dollari da investire nella “riparazione e ristrutturazione degli edifici scolastici, che dovranno tutti essere dotati di Internet e computer perché (spiega il presidente eletto) non è accettabile che l’America sia solo al quindicesimo posto nel mondo nell’utilizzo della banda larga. Poiché i nostri bambini dovranno competere in un’economia da 21° secolo, abbiamo anche l’obbligo di mandarli in scuole del 21°secolo. E nel paese che ha inventato Internet non possiamo essere al quindicesimo posto al mondo sull’uso della banda larga”.

Ma le priorità di Barack arrivano anche al campo sanitario e il presidente eletto vuole che così come librerie e scuole anche medici e ospedali siano collegati in rete tra di loro. “Modernizzando radicalmente il sistema sanitario non salveremo soltanto posti di lavoro salveremo anche vite e faremo risparmi mettendo nelle condizioni ogni medico di poter leggere una cartella sanitaria elettronica completa che gli permette di compiere scelte più rapide e commettere meno errori”.

Per Obama questi primi capisaldi sono solo una parte del suo piano per il rilancio dell’America. “Chiedo al Congresso – dice - che esamini le mie proposte appena tornerà a riunirsi perché dobbiamo agire con la massima urgenza e intendo firmare il piano immediatamente , non appena sarò diventato presidente degli Stati Uniti perché servirà a ridare subito lavoro a quei milioni di persone che lo hanno perso in questi mesi”.

Per realizzare il suo “progetto-America” Barack sta formando un team tutto nuovo di oltre 3300 funzionari. Internet è già servito ai membri della transizione per ricevere i curriculum e la selezione questa volta verrà fatta dalle 300.000 domande che sono già arrivate e che rappresentano un record storico. Il “new Obama deal” supera con entusiasmo e senza compromessi la prova delle parole, ma potrebbe diventare più complicato superare la “prova del voto”. Il primo che la Camera esprimerà sulla crisi dovrebbe arrivare la settimana prossima e riguarda il mondo dell’auto dove per ora c’è un accordo per la concessione di 15-18 miliardi di dollari, ma non ancora su tutti i 34 miliardi richiesti per salvare Detroit.

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Friday, December 5, 2008

“Così Bush ha sbianchettato la Storia” Cambiati i numeri della guerra in Iraq

La denuncia di due ricercatori americani del “Cline center for democracy”
L’amministrazione Usa ha modificato l’elenco dei Paesi alleati

Via via sono stati aggiunti e tolti cambiando documenti ufficiali
“Abbiamo dimostrato una serie di correzioni, ma quante altre ce ne sono?”
                                                                                                      di MARCO PASQUA

Date aggiustate, nomi cancellati, cifre “sbianchettate”. E’ una vera e propria operazione di correzione della storia, quella che ha interessato il sito ufficiale della Casa Bianca. E’ su queste pagine web che l’amministrazione Bush ha fatto modificare, a suo piacimento, alcuni comunicati stampa già andati in rete. Sono tutti relativi alla guerra in Iraq ed elencano i Paesi che hanno appoggiato l’America, inclusa l’Italia. La denuncia è di due ricercatori americani del “Cline center for democracy” dell’università dell’Illinois, che hanno studiato, comunicato per comunicato, tutti i messaggi che George W. Bush ha veicolato ai media e, quindi, agli americani. Messaggi corretti, per ragioni di opportunità politica, anche a distanza di anni. “Siamo di fronte alla riscrittura della storia”, denunciano Scott Althaus, professore dell’università di Illinois, e Kalev Leetaru, coordinatore presso il Cline center for democracy. L’analisi ha dimostrato tutte le modifiche che hanno interessato cinque documenti ufficiali, con indicato il numero dei Paesi aderenti alla cosiddetta “coalizione dei volenterosi”: vale a dire le nazioni che, nel 2003, si schierarono con l’America nell’invasione dell’Iraq. Per dimostrare che alcuni di questi documenti sono stati sottoposti a successive modifiche, i due studiosi si sono serviti, tra le altre cose, delle pagine conservate nel più grande archivio mondiale dei siti web: è quello offerto dall’”Internet archive” (www. archive. org), un’organizzazione no-profit fondata nel 1996 a San Francisco.

A differenza delle copie cache di Google, che forniscono solo una versione recente di una data pagina, questo archivio mondiale mantiene una copia originale di ogni singola pagina che ha registrato. A novembre vi erano conservate 85 miliardi di pagine, tutte con l’indicazione del giorno in cui sono state catturate. E qui non c’è correzione che tenga, visto che la versione “fotografata” e salvata è necessariamente quella originale. Utilizzando questo importante strumento di raffronto, i ricercatori hanno scoperto l’operazione che ha interessato alcuni di questi comunicati stampa. A distanza di anni, solo tre di questi cinque documenti, con l’elenco dei Paesi a favore della guerra in Iraq, possono essere ancora consultati tramite il sito della Casa Bianca. Gli altri due sono stati cancellati tra il 2003 e il 2006. Quando si è cambiato il testo, non si è provveduto a correggere la data di pubblicazione del comunicato, per far sembrare il tutto più naturale possibile. “La nostra ricerca dimostra che ci sono stati aggiornamenti e cancellazioni sistematiche delle informazioni pubbliche, tra il 2003 e almeno il 2005″, spiegano i curatori della ricerca, dal titolo “Modificando la storia, la soluzione americana”.

L’esempio più lampante è quello di uno dei primissimi comunicati stampa, attraverso il quale Bush rendeva noto l’elenco dei Paesi che lo sostenevano nell’invasione dell’Iraq (http://www. whitehouse. gov/infocus/iraq/news/20030327-10. html). Si tratta di un documento del 27 marzo 2003: vi compaiono 49 nazioni.

Ma c’è un particolare: “Si tratta di un falso storico”, denunciano i due ricercatori. In quel periodo, infatti, gli Stati che appoggiavano l’America erano 45. “Sembra che la Casa Bianca abbia sistematicamente voluto cancellare parte del suo passato. Quel che è grave, è che tutto è avvenuto in segreto. Nel caso di questa lista della ‘coalizione dei volentorosi’ siamo riusciti a dimostrare tutti i cambiamenti”, spiegano Althaus e Leetaru, che non escludono altri “sbianchettamenti”. Analizzare tutti i comunicati stampa che documentano questi delicati mesi per l’amministrazione Bush non è semplice. E’ un gioco di date, nomi che si aggiungono salvo poi sparire dopo pochi mesi.

Un altro esempio è offerto da un comunicato datato 21 marzo 2003: stavolta nella lista ci sono 46 nazioni, inclusa l’America. Il mese seguente, però, questa lista viene corretta: una “manina” aggiunge l’Angola e l’Ucraina, portando il totale a 48. La data del comunicato stampa resta invariata (21 marzo), e nessuno spiega che quel testo è stato cambiato. Quella lista resta visibile per più di due anni, salvo poi sparire del tutto. Ma attenzione: resta il link, sparisce solo il contenuto della pagina (http://www. whitehouse. gov/news/releases/2003/03/20030321-4. html).

L’elenco, intanto, cresce di un’altra unità, su un altro comunicato: accade il 13 aprile 2003, quando si aggiunge lo stato di Tonga. Ma anche questo sparisce, salvo poi ricomparire nel novembre 2004 con una importante modifica (http://web. archive. org/web/20041103233844/http://www. whitehouse. gov/infocus/iraq/news/text/20030327-10. html). Il correttore stavolta ha eliminato il Costa Rica: lo Stato, infatti, aveva fatto notare di non essere mai stato a favore della guerra in Iraq, chiedendo di essere rimosso dalla “coalizione dei volenterosi”.

Ovviamente non si fa alcun riferimento al suo inserimento erroneo: lo si cancella, e si fa credere che quel comunicato risalga al 13 aprile 2003. A oggi - si evince dalla ricerca - non c’è un singolo documento nell’archivio ufficiale della Casa bianca che faccia riferimento al dato reale, e storicamente vero, di 46 Paesi pro-guerra in Iraq (45, escludendo l’America). Solo Archive. org conserva il comunicato con questo dato (http://web. archive. org/web/20030407164355/http://www. whitehouse. gov/news/releases/2003/03/print/20030321-4. html).

A chi fa notare che ci troviamo di fronte a modifiche “poco rilevanti”, avvenute molti anni fa, i due studiosi replicano: “Se si è spesa così tanta energia per cambiare un dato, possiamo solo immaginarci cosa sia potuto accadere a documenti più sensibili pubblicati sul sito della Casa Bianca. In ogni caso, il risultato è sempre lo stesso: si altera un dato storico, contenuto in documenti ufficiali”. Tra l’altro, viene fatto notare, questi continui cambiamenti della lista hanno avuto anche effetti su Wikipedia: “La confusione creata, ha fatto sì anche anche l’enciclopedia degli utenti, adesso, proponga una versione rivista della storia”, riportando comunicati “sbianchettati” che vengono considerati storicamente corretti.

Il sito della ricerca: http://www. clinecenter. uiuc. edu/airbrushing_history/

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