Tuesday, November 18, 2008

Angola não devia ser encarada como violadora dos direitos económicos, sociais e culturais do seu povo

A delegação do governo em Genebra admite que Angola tem de progredir na garantia dos direitos efectivos, mas recusa as críticas da observação independente das Nações Unidas. O vice-ministro das Relações Exteriores angolano assumiu esta posição em Genebra, perante o Alto Comissariado dos Direitos Humanos da ONU.

Admitiu que o seu país tinha muito que progredir em termos do combate à pobreza, transparência económica, e direitos sociais e culturais

Mas, argumentou que os problemas decorriam dos quase 26 anos de guerra civil, estando, agora, o governo seriamente empenhado em reverter essa situação, de acordo com a acta da sessão a que a Lusa teve acesso.

Jorge Chicoty (na foto), destacou nesse sentido, como bom indício, a forte participação registada nas eleições legislativas de 05 de Setembro passado, “que reforçou a credibilidade e justiça no país”, acrescentando como outro bom prenúncio a existência de 562 organizações não-governamentais (446 nacionais e 116 internacionais) a que pertencem as franjas mais activas da sociedade civil angolana.

Na exposição feita na quinta-feira, perante a Comissão de Direitos Económicos, Sociais e Culturais, o governante angolano insistiu nos progressos feitos em prol dos direitos humanos, citando a fatia cada vez maior que os mais recentes Orçamentos de Estado atribuem à Educação e à Saúde.

Não violadora

Confrontado com versões diferentes expostas pelos membros da comissão, Chicoty, chefe da delegação angolana que se deslocou a Genebra, sugeriu que “Angola não devia ser encarada como violadora dos direitos económicos, sociais e culturais do seu povo, mas como um país que está a erguer-se de um contexto político e social difícil”.

Entre as questões que geraram maior polémica conta-se a liberdade de imprensa, com a delegação angolana a afirmar que “está garantida” no país, enquanto a comissão de peritos, com base em outras fontes, sustenta que “na prática” não existe.

A comissão também pôs em causa, entre outras questões, a independência do Provedor de Justiça (Ombudsman) e manifestou preocupação com a corrupção a nível económico e judicial, despejos forçados, casos de discriminação e ausência de medidas para combater a pobreza e a iliteracia, realojar deslocados, ou promover um sistema de saúde para todos.

As críticas atingiram tal nível, que a delegação angolana chegou a lamentar que a comissão usasse “a mesma linguagem e críticas utilizadas pelo partido da oposição em Angola”.

A delegação angolana, pela voz de Jorge Chicoty, desdramatizou o quadro dos direitos humanos em Angola (o que se passa em relação à corrupção e outros problemas também acontece em outros países), insistindo que o Governo “está empenhado em corresponder às suas obrigações à luz dos instrumentos legais internacionais de direitos humanos” e deseja que o relacionamento com a Comissão “continue a desenvolver-se positivamente”.

Philippe Texier, presidente da comissão, anunciou, entretanto, que o relatório final sobre direitos económicos, sociais e culturais em Angola será divulgado no final da próxima semana.

Lusa

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Friday, November 14, 2008

Verso un’ America globale Noi, americani, cittadini del mondo

di Enrico Beltramini

La riarticolazione del problema della razza. Dall’eredità del razzismo alle dinamiche politiche, demografiche e culturali che stanno trasformando gli Stati Uniti in una realtà di minoranze. Le reazioni dell’America profonda.

“Cittadini del mondo …”. Questo il messaggio di Barack Obama a Berlino. Voi, europei, cittadini del mondo. Noi, americani, cittadini del mondo. Siamo tutti, al di là dell’appartenenza ai nostri paesi, cittadini del mondo. E così, riparafrasando John F Kennedy (JFK) nel suo discorso inaugurale del 1961 – quello del “ask not what your country can do for you - ask what you can do for your country”; che infatti proseguiva: “my fellow citizens of the world: ask not what America will do for you, but what together we can do for the freedom of man” – Obama ha ricollocato gli Stati Uniti nel concerto internazionale. E tuttavia, le similitudini tra Obama e JFK finiscono qui. Certamente Kennedy correva nel 1960 non soltanto contro il candidato repubblicano (Richard Nixon) ma soprattutto contro il pregiudizio religioso. Nel 1928, un altro cattolico era stato candidato dal partito democratico alla presidenza degli Stati Uniti; Al Smith, governatore dello stato di New York, aveva perso in 40 Stati, compreso il suo, e vinto in 8, tra cui 6 segregazionisti del Sud, dove gli afro-americani non potevano votare.

In altre parole, ciò che il candidato cattolico aveva raccolto era il voto cattolico, che non era stato sufficiente per vincere in alcuno Stato, e quello protestante bianco degli Stati segregazionisti, che lo avevano appoggiato soltanto perché il presidente in carica, Herbert Hoover, aveva lasciato intravedere l’intenzione di abolire le leggi a favore dei bianchi. L’esperienza del 1928 aveva insegnato a Kennedy che il voto cattolico non era sufficiente, che la strada per la Casa Bianca era ostruita alle minoranze, e che l’unico modo per un cattolico di diventare presidente era quello di trovare un qualche accordo con la maggioranza bianca protestante. Insomma, quello religioso era un pregiudizio vero, che poteva chiudere per sempre la porta del potere ai non protestanti. Ora, è facile collegare il pregiudizio religioso che disturbava Kennedy con quello che perseguita Obama, quello razziale. Anche in questo caso, il pregiudizio blocca l’accesso al potere ad una minoranza. Ma, e questo è il punto, diverso è il contesto. La maggioranza con cui si confronta Obama non è lontana dal diventare una minoranza.

L’America non-bianca. Nel 1960, anno dell’elezione di JFK, l’89% della popolazione americana era bianca e il 10% nera. Oggi, il 65% della popolazione americana è bianca, il 13% è nera, e il restante 22% è asiatica (5%), latina (15%) o indigena. In valori assoluti, si tratta di 200 milioni di bianchi, 45 milioni di latini, 40 milioni di afro-americani, 15 milioni di asiatici e 5 milioni di indigeni. Quindi, in meno di mezzo secolo, l’America non-bianca è triplicata, ed è facile prevedere che, tra una generazione, gli Usa saranno demograficamente parlando un paese di minoranze; saranno un melting pot. Già oggi, in quattro Stati (Hawaii, New Mexico, California e Texas) la maggioranza della popolazione è non-bianca. Nel 2042, la popolazione bianca non sarà più maggioranza del paese (fonte: Census Bureau). Non solo: poiché ruota intorno alla generazione dei baby boomers, sarà anche quella più vecchia e meno portata a riprodursi.

Nel 2050, la popolazione americana sarà di 440 milioni (oggi è di 305 milioni), e l’82% della differenza (120 milioni) sarà apportata dagli immigrati e dai loro figli nati negli Stati Uniti. I bianchi scenderanno al 46% della popolazione totale e la minoranza latina triplicherà le sue dimensioni. Le previsioni sono che nel 2050 quasi un terzo della popolazione americana sarà latina, un sesto afro-americano, un decimo asiatico. L’America non-bianca cresce non perché cresce quella nera, ma grazie all’immigrazione dall’Asia e dall’America Latina. Dobbiamo tornare all’Immigration and Nationality Act del 1965, che interrompe la politica migratoria per quote e per paese d’origine, che favoriva i flussi migratori dalle nazioni europee, e inaugura quella legata alle competenze dell’immigrato. Inoltre, abolisce il Chinese Exclusion Act del 1882. In pratica, la nuova legislazione mette un freno all’immigrazione dall’Europa e apre le porte ai flussi dall’Asia e dall’America Latina.

Oggi ci sono circa 45 milioni di ispanici (pari al 15% della popolazione americana). Di questi, 30 milioni sono adulti – più della metà nati all’estero, il resto negli Stati Uniti. La prima lingua è lo spagnolo. Due terzi sono di origine messicana, il resto dai Caraibi e dall’America Latina. Teoricamente, a questi 45 milioni bisognerebbe aggiungere almeno 10 milioni di immigrati illegali ispanici. Poi ci sono circa 15 milioni di asiatici (cinesi, coreani, vietnamiti e filippini). La maggior parte sono nati all’estero, gli altri sono il prodotto della migrazione cinese del 1882, sbarcati a San Francisco, Portland e Seattle per la costruzione del tratto occidentale della ferrovia transcontinentale, di quella filippina successiva alla guerra ispanico-americana del 1898, di quelle coreana e vietnamita della seconda parte del secolo scorso. Mediamente hanno un reddito e un livello di istruzione superiore agli ispanici. Sia gli asiatici che gli ispanici condividono i valori liberali della società americana, si considerano abbastanza integrabili al sistema, anche se avvertono crescenti tensioni razziali. Mantengono una forte identità razziale (amici, famiglia, matrimoni, funzioni religiose, scuole), ma allo stesso tempo costruiscono rapporti di lavoro con la maggioranza bianca. In generale, coesistono con qualche complicazione con le altre minoranze razziali, ne condividono i problemi, si considerano meno discriminati degli afro-americani.

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Verso un’ America globale. Noi, americani, cittadini del mondo


Da sempre, e in maniera evidente nelle generazioni recenti, la comunità afro-americana si è divisa tra chi sostiene l’ipotesi dell’integrazione tra bianchi e neri, e chi sostiene la separazione. Nel suo film School Daze (1988), Spike Lee esplora il conflitto tra i neri con la pelle chiara e i neri con la pelle scura. I primi hanno soldi, auto costose e pettinature alla moda, i secondi sono poveri, vanno a piedi o guidano auto usate, e sono vestiti dimessamente. La divisione sociale che Lee fa emergere nel suo film non è nuova: affonda nella storia della comunità afro-americana. Malcolm X aveva parlato di ‘house Negro’ e ‘field Negro’, lo schiavo nero che vive nella casa (del padrone bianco) e quello che vive nei campi. L’house Negro vive meglio del field Negro. Mangia meglio, veste meglio, e vive in una casa migliore. Vive accanto al suo padrone, in soffitta o nello scantinato. Mangia lo stesso cibo del suo padrone e indossa i suoi stessi abiti. E parla come il suo padrone, con lo stesso accento. Ama il suo padrone più di quanto il suo padrone ami se stesso. Ecco perché non vuole male al suo padrone. Ma poi c’è il field Negro, che vive in capanne e non ha nulla da perdere. Indossa il peggiore tipo di vestiti e mangia il cibo peggiore. Vive all’inferno e sente il pungiglione della frusta (2).

Possiamo dire che fin dai temi della schiavitù, la tentazione di assomigliare al bianco, di essere come lui, di vivere come lui, ha accompagnato la storia della comunità afro-americana. I mulatti, cioè gli afro-americani con la pelle chiara (erano figli illegittimi di una schiava nera e un padrone bianco, essendo il gene nero dominante e quello bianco recessivo), avevano per molti anni mantenuto una posizione intermedia tra bianchi e neri, e quindi superiore a quella dei neri. Di converso, la comunità afro-americana è stata sempre attraversata anche dalla tentazione opposta, quella del nazionalismo, del separazionismo, dell’identità razziale. C’è stato un momento in cui per un nero avere la pelle chiara era un segnale di integrazione, e un altro in cui avere la pelle scura era un segno di identità.

Dopo la stagione del movimento dei diritti civili, a metà degli anni Sessanta, la tesi del nazionalismo ha avuto ragione su quella dell’integrazione. Black Power, Black Panthers, Blackness, Black is Beautiful, sono state tutte espressioni dell’enorme sforzo compiuto dalla comunità africana in America, una comunità senza una terra, un’eredità culturale e una storia scritta, di dotarsi di un’identità che fosse indipendente dalle concettualizzazioni e dalle narrative dei bianchi. Da quel momento, bianchi e neri hanno preso a vivere in mondi separati, e diversi. Esistono delle barriere mentali molto forti che separano i due universi razziali. Questo fa sì che la minoranza afro-americana sia oggi tra tutte le minoranze razziali quella che più si sente discriminata dalla maggioranza bianca e meno ottimista sulle ipotesi di integrazione.

La nuova narrativa dell’America globale. Si parla del momento di passaggio dell’America a società globale. Non come società che appartiene alla globalizzazione, ma che riassume per diversità etnica, razziale e linguistica i caratteri della globalizzazione. Grazie alle forze demografiche in atto, l’America si sta allontanando dalle sue origini bianche e trasformando in una comunità di minoranze. Perde sempre più i caratteri originari dell’America bianca per assumere quelli di una realtà in cui all’omologazione si sostituisce la diversità; al puro, l’ibrido.

Questa trasformazione è ben rappresentata da Barack Obama. Come è stato notato, Obama non è afro-americano. E’ bi-razziale. Madre bianca, padre nero dell’Africa. Dovesse diventare presidente degli Stati Uniti, sarebbe il primo presidente bi-razziale, non il primo presidente nero. Di più. Debra Dickerson, l’autrice di The End of Blackness, ha clamorosamente sostenuto che Obama non è afro-americano perché non discende dalla comunità che è stata deportata dall’Africa, ha sofferto la schiavitù, poi la segregazione, infine la discriminazione. Non è semplicemente troppo poco nero, come è stato detto; è addirittura non interno alla storia dei neri americani. Eppure, questa sua estraneità alla storia dei neri d’America, insieme alla sua pari estraneità alla storia della comunità bianca, descrive la nuova voglia di integrazione della comunità afro-americana, la volontà di rompere la cattività culturale nel quale è precipitata. Con Barack Obama si affaccia sulla scena politica americana una generazione afro-americana che guarda oltre i confini della comunità afro-americana.

Egli rappresenta una generazione di afro-americani che sente in termini flebili e contingenti il rapporto tra razza e identità nera e sembra libera dall’eredità storica del separazionismo. Una cultura afro-americana che cerca di svincolarsi dal suo fondamento razziale. Liberata dalla correlazione alla razza, perdono forza le tradizionali spinte identitarie della cultura afro-americana, che a questo punto può aprirsi alla contaminazione e intessere conversazioni su temi generali che investono e interessano un pubblico ampio che va oltre quello afro-americano. In sintesi, quella afro-americana smette di essere una controcultura e diventa, con Obama, una cultura istituzionale che spontaneamente abbraccia i temi e le aspirazioni delle altre minoranze razziali. Obama e la comunità afro-americana esemplificano l’evoluzione delle altre minoranze razziali che – grazie ai flussi demografici - stanno costruendo le fondamenta di una America globale.

E tuttavia, l’ascesa di una America globale è accompagnata da un crescente risentimento di una certa America bianca, che è cresciuta nella tradizione della supremazia bianca e che su questa supremazia ha costruito un sistema di potere. Il rancore che la maggioranza bianca ancora mostra nei confronti della comunità afro-americana oggi sembra abbracciare l’immigrazione latina. La grande frattura culturale, sociale e morale che ancora oggi attraversa gli Stati Uniti sembra allargarsi ad altri gruppi razziali. Ecco perché la riarticolazione del problema della razza implicitamente offerta da Obama favorisce l’avvio di una nuova narrativa sulla razza: una narrativa che muove verso l’accettazione – se non l’esaltazione – della diversità.



Note
(1) Carmichael e Hamilton, Black Power, 1967.
(2) “The house Negro (…) lived better than the field Negro. He ate better, he dressed better, and he lived in a better house. He lived right up next to his master-in the attic or the basement. He ate the same food his master ate and wore his same clothes. And he could talk just like his master-good diction. And he loved his master more than his master loved himself. That’s why he didn’t want his master hurt (…) But then you had some field Negroes, who lived in huts, had nothing to lose. They wore the worst kind of clothes. They ate the worst food. And they caught hell. They felt the sting of the lash”. Discorso a Selma (Alabama), 4 febbraio 1965.
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Wednesday, November 12, 2008

La vittoria di Obama? Fa felici i repubblicani

Ai risultati elettorali americani, sono seguite le fantasie più paranoidi sul partito repubblicano. La Casa Bianca andrà a un democratico, e la maggioranza democratica nelle due Camere del Congresso è aumentata in modo rilevante. Gli Stati Uniti non vedevano un potere politico di sinistra a così alta concentrazione fin dal tempo della vittoria di Jimmy Carter, nel 1976.

Alcuni politici conservatori si rammaricano per la perdita di rappresentanza repubblicana, mentre altri la vedono abbastanza giustificata dopo anni di cattiva amministrazione repubblicana - persino inevitabile in un programma a lunga scadenza. Ma, virtualmente, tutti i conservatori temono una serie di politiche effettive che - ritengono - arrecheranno un vero danno al Paese. Da un potere più forte dei sindacati, a una Corte Suprema prepotentemente di sinistra, all’aumento di tasse finalizzato a un livellamento socialistico dei redditi - insomma, per molta gente di destra ci sono nubi che si addensano.

Vuol dire che i conservatori americani saranno infelici, se e quando queste politiche si realizzeranno, con effetti inevitabili sulla civiltà americana? Faranno la fine dei poveri democratici, che hanno tanto sofferto negli ultimi otto anni? No. Non soffriranno. Non saranno infelici; anzi, continueranno ad essere più felici dei loro avversari di sinistra. Numerose ricerche e molti giornalisti hanno dimostrato che in America, la gente di destra è più felice della gente di sinistra. Per esempio, nel 2004, il 44 per cento di coloro che hanno risposto al General Social Survey (un’importante indagine sui cittadini americani) e che si dichiaravano «conservatori» o «molto conservatori», risultavano essere «molto felici», contro un esiguo 25 per cento di «felici», che si dichiarava «liberale» o «molto liberale». («Liberale» inteso nel contesto americano, col significato di «ala sinistra»). Altre fonti dicono esattamente la stessa cosa, nella valutazione del grado di ottimismo, di vita soddisfacente, o di autostima.

E questo non riguarda soltanto il periodo Bush. In verità, il divario nel grado di felicità è durato almeno 30 anni. La differenza è stata maggiore in alcuni anni sotto Bill Clinton piuttosto che negli anni sotto George W. Bush.

Come lo interpretiamo? Ci sono due spiegazioni. La prima ruota intorno alla vita personale delle persone; la seconda intorno alla loro visione del mondo. Per molti anni, i ricercatori hanno dimostrato che le persone sposate tendono ad essere molto più soddisfatte della propria vita che non i single e i divorziati, e che le persone devote sono generalmente più felici di quelle laiche. Non è sorprendente scoprire che da questi esempi si evidenziano alcune differenze nel grado di felicità. Dopo tutto, il General Social Survey effettuato nel 2004 indica che gli americani conservatori sposati erano circa il doppio rispetto agli americani sposati di sinistra, e che più del doppio dei conservatori frequentavano un luogo di culto almeno una volta la settimana. Queste differenze nello stile di vita non sono in via di cambiamento; anzi, la sinistra americana ha contato più laici negli ultimi 35 anni, mentre la destra ha contato più persone religiose. Tuttavia, queste differenze comportamentali spiegano il divario solo in parte. Il resto è spiegato da una diversa visione del mondo fra conservatori e persone di sinistra - in modo specifico, dal grado di ottimismo circa la capacità dell’individuo di avere successo, in America.

La vittoria di Obama? Fa felici i repubblicani

Nel 2005, in un grande sondaggio effettuato alla Syracuse University di New York, si domandava: «Quanto ritenete sia salita la mobilità sociale in America - figli che ricoprono posizioni di maggior rilievo rispetto alla famiglia di origine - moltissimo, mediamente, poco?». Le differenze politiche furono inequivocabili, anche valutando il livello di reddito. Per esempio, il 48 per cento dei conservatori a reddito medio-basso pensavano che la mobilità sociale fosse molto aumentata, contro il 26 per cento delle persone di sinistra con reddito più alto. Nello stesso sondaggio, i conservatori meno abbienti erano il 25 per cento in più rispetto alle persone di sinistra più ricche (90 per cento su 65 per cento) nel concordare con il fatto che «mentre, agli inizi, i tipi di opportunità possono essere diversi, col lavoro duro e la perseveranza questi svantaggi vengono generalmente superati».

Consideriamo il risultato di questi sondaggi: un americano di sinistra su tre - compresi quelli con reddito più alto - non crede che il lavoro duro e la perseveranza costituiscano oggi elementi di successo. Questo è uno straordinario genere di pessimismo e può spiegare benissimo un paio di cose sulle differenze nel grado di felicità percepito. Le persone di sinistra possono - e spesso vogliono - scegliere di interpretare questi dati come prova del vecchio cliché con cui si definisce l’ignoranza una perfetta felicità. Forse, pensano, i conservatori non si avventurano mai fuori dal loro stile di vita, noioso ma sicuro, matrimoniale, osservante. E forse, i conservatori meno abbienti si ingannano in una «finta consapevolezza» sulle opportunità di lavoro in America, beatamente ignari dell’avidità dei ricchi e dei potenti. Non voglio esprimere giudizi su queste interpretazioni - i lettori non ne hanno bisogno, i dati e i risultati delle ricerche parlano da soli.

Comunque, indipendentemente dai meriti insiti nello stile di vita e nella mentalità dei conservatori, queste sono, oggi, le principali differenze fra conservatori e persone di sinistra. Ecco perché, malgrado la battuta d’arresto alle elezioni e le ansie che potranno attraversare nei prossimi anni, continueremo a vedere sorridenti i conservatori americani. Negli anni a venire, i conservatori degli Stati Uniti che affronteranno la battaglia politica in nome dell’opportunità, della mobilità e dei valori tradizionali, avranno davanti a loro una bella lotta. Ma saranno dei guerrieri felici.

(Traduzione di Rosanna Cataldo)

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Effetto Obama: un prefetto nero in Francia, ma in Italia…

Sarkozy è da sempre un convinto sostenitore dell’integrazione multirazziale e lo ha dimostrato con i fatti. Quando era ministro degli Interni nominò il primo prefetto musulmano di Francia, vinte le presidenziali ha nominato ministro della Giustizia Rachida Dati, che ha origini marocchine, e il primo sottosegretario di colore, Rama Yade, che è nata in Senegal. La vittoria di Obama lo ha incoraggiato a proseguire su questa strada e oggi ha annunciato del primo prefetto nero, Pierre N’Gahane di 47 anni.

All’indomani del successo di Obama anche in Italia, soprattutto a sinistra, c’è chi si è chiesto: a quando in Italia un leader nero? E giù fiumi di retorica, fuori contesto, come capita sovente. Gli Stati Uniti sono un Paese fondato sull’immigrazione, che ancora oggi mantiene una straordinaria capacità di assimilazione. Bianchi, neri, ispanici, asiatici e cristiani, musulmani, ebrei, buddhisti: in America le possibilità sono davvero infinite per chi rispetta le regole del sistema economico e i principi cardine della convivenza. La situazione in Francia è più complessa: in origine l’immigrazione era europea, ma negli ultimi 30 anni è esplosa quella dalle ex colonie e la risposta delle istituzioni non sempre è stata all’altezza soprattutto riguardo l’inserimento nel mondo del lavoro. Ma anche in Francia esiste una politica di trasmissione dei valori della République molto efficace ed esigente: la scuola rende autenticamente francesi centinaia di migliaia di figli di immigrati. La rivolta delle banlieues di un paio di anni fa non era altro che il grido di migliaia di giovani non per fare la rivoluzione ma per rendere effettiva un’integrazione a cui loro ambivano ma che sovente veniva frustrata dalla difficoltà di uscire dai quartieri-ghetto delle periferie. Sarkozy ha capito e sta cercando di rispondere a questa legittima esigenza.

In Italia invece non abbiamo alcuna politica di integrazione: non c’è trasmissione di valori, nè di cultura civica. Tutto è lasciato al caso e alla buona volontà dei singoli. Alcuni immigrati si integrano bene, altri possono tranquillamente rifiutare la nostra società pur rimanendo nel nostro Paese, tanto nessuno li disturberà. E allora prima di sognare demagogicamente un leader nero, dovremmo cominciare dai fondamentali stabilendo una seria politica di integrazione e iniziando a pretendere agli italiani un comportamento civico più serio e coerente, perché non possiamo pretendere dagli stranieri il rispetto di leggi che noi stessi tendiamo a schivare secondo le nostra convenienze. Impresa complicatissima, lo so. Ma se non ci si muove in questa direzione, anziché leader moderni e multietnici avremo l’esatto opposto: un elettorato sempre più diffidente, chiuso e, nei casi estremi, razzista. O sbaglio?

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Stampa Usa: «Obama sostituirà vertici Cia Troppi appoggi all’amministrazione Bush»

WASHINGTON (12 novembre) - Barack Obama sostituirà i vertici Cia. A rivelarlo è il Washington Post, che cita un alto funzionario dell’intelligence. Secondo il quotidiano uno dei primi atti dell’amministrazione sarà la sostituzione del direttore della Cia, Michael Hayden, e del direttore del National Intelligence, Mike McConnell. Secondo la fonte «molti influenti democratici del Congresso si oppongono all’idea che i due rimangano al loro posto, perché hanno pubblicamente sostenuto la controversa posizione dell’amministrazione Bush sulla questione degli interrogatori e delle intercettazioni telefoniche».

Un democratico della commissione intelligence del Senato ha spiegato al quotidiano americano che ci sarebbe all’interno del partito un «ampio consenso» sulla questione. Ma non manca chi, anche tra le file dei democratici e non solo all’interno dell’intelligence community, che riconoscono a Hayden e McConnell il merito di aver ristabilito la credibilità e la professionalità al settore dei servizi dopo anni di scandali e flop clamorosi, come quello del mancato allarme prima dell’11 settembre. Sull’argomento la squadra di transizione di Obama mantiene il massimo riserbo, ribadendo che non è sua prassi rilasciare dichiarazioni sul processo di formazione dell’amministrazione e che non è stata presa nessuna decisione riguardo all’intelligence. Da parte loro, comunque, McConnell ed Hayden hanno interpretato come un segnale negativo il fatto che nessuno finora gli abbia chiesto di restare.

McConnell, un ex ammiraglio a riposo nominato nel febbraio del 2007, la scorsa settimana è stato a Chicago per il primo briefing di intelligence del presidente eletto. Mentre al momento della conferma di Hayden al Senato nel 2006, Obama votò contro la sua nomina, più per dare una sorta di memento «nella speranza che sarà più umile nel gestire la sua enorme responsabilità, non solo di difendere le nostre vite ma anche la nostra democrazia».

Tra i nomi che circolano come possibili sostituti, proprio quelli uomini chiamati a guidare la squadra di transizione di Obama per l’intelligence: John Brennan ed il suo vice Jami Misicik che era nell’agenzia ai tempi di Tenet, come del resto Brennan, prima di andare a lavorare a Lehman Brothers. Nominati dal presidente, i direttori delle agenzie di intelligence non hanno una scadenza fissa del mandato. Nel 2001 la decisione del presidente Bush di mantenere alla guida della Cia George Tenet, che era stato nominato da Bill Clinton, fu considerata una mossa tesa ad una stabilizzazione, dopo che alla guida dell’agenzia di Langley si erano avvicendati cinque direttori nei 10 anni successivi allo scandalo Iran-Contra.

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Per ricostruire l’America, Obama chiede la collaborazione dei sindacati

Se otterrà quello che chiede: salvare l’industria dell’auto dalla bancarotta, concedere un altro immediato pacchetto di stimolo alle famiglie, allungare l’indennità di disoccupazione e dell’assistenza medica, pagare meglio gli insegnanti…

                                                                                                                         di Giampaolo Pioli

New York, 12 novembre 2008. Se otterrà quello che chiede: salvare l’industria dell’auto dalla bancarotta, concedere un altro immediato pacchetto di stimolo alle famiglie, allungare l’indennità di disoccupazione e dell’assistenza medica, pagare meglio gli insegnanti per migliorare la scuola pubblica, Barack Obama riuscirà non solo a cambiare la presidenza degli Stati Uniti ma anche l’America.

In queste ore molti lo sperano. Il capo della Casa Bianca col trilione di dollari già votato dal Congresso, ma non ancora del tutto assegnato, si troverà di fatto a diventare l’azionista di riferimento se non il Ceo di molte banche, assicurazioni, multinazionali delle quattro ruote e dell’intero sistema scolastico con giurisdizione federale. Non solo il leader, ma anche il capo del consiglio di amministrazione di un intero paese. Più che un sogno politico, la sua è un’autentica “rivoluzione obamiana”, nella speranza che il sistema del libero mercato, della libera impresa e della competizione americana (lui non è socialista) si rimetta in piedi con nuove e più certe regole che diano, a tutti, stabilità, garanzie e diritti.

Obama però, dopo avere chiesto e ottenuto i loro voti decisivi, si prepara ad un altro passo storico: pretende un passo indietro dei sindacati. Dall’auto alla scuola. Sa che il loro peso è enorme, così come il loro contributo, ma sa anche che un negoziato condotto su parametri tradizionali e non d’emergenza porterebbe, questa volta non alla difesa ma al fallimento del sogno americano. I sacrifici possono valere per la General Motors, dove i dipendenti in pensione godono dell’assistenza sanitaria a vita pagata dalla compagnia, oppure per la scuola con automatismi e privilegi basati solo sull’anzianità e mai sul valore o sulla produttività.

La “rivoluzione liberal di Obama” in realtà diventerà una “rivoluzione dal centro”, che potrebbe ricostruire l’America partendo dalle strade, dai ponti e dall’ambiente. Il prezzo per il salvataggio dell’industria dell’auto sarebbe quello di condizionare gli aiuti a Detroit legandoli alla ricerca e produzione di veicoli verdi e super efficienti. Il finanziamento della scuola pubblica verrebbe vincolato al raggiungimento di standard di eccellenza e di rigore simili a quelle private. Se Michelle Obama, decidesse di mandare Malia e Sasha, naturalmente scortate dal secret service, in qualche istituto pubblico di Washington, diventerebbero subito una formidabile bandiera di questo cambiamento che sta gia contagiando il mondo.

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Monday, November 10, 2008

Obama, il «Google president» Quando la Silicon Valley si sente al governo


MOUNTAIN VIEW
Dal nostro inviato

«Il 2008 è il nuovo 1776! (l’anno della rivoluzione americana, ndr). E forse il 2009 sarà il nuovo 1777, l’anno in cui abbiamo avuto una Costituzione». Due giorni dopo l’elezione di Barack Obama, il fondatore di Craigslist, il sito di annunci più ricco del web, che si chiama Craig Newmark, parla alla Stanford University. Newmark è contento; si sente parte della rivoluzione. Ricorda il ruolo cruciale dei social sites e dei blog in questa campagna. Dice che anche Craigslist «promuoverà gli sforzi di chi vuole diffondere nuove idee per governare oggi e nel futuro». Per governare.

La Silicon Valley, dalle otto di sera (Pacific Time) del 4 novembre, si sente abbastanza al governo. Operosamente al governo: per dire, le finestre della sede di Facebook su University Avenue a Palo Alto restano accese tutta la notte come quelle dello studio di Mussolini a piazza Venezia (oggi come quelle dello studio di Angelino Alfano a via Arenula, ma forse non c’entra molto). Uno dei fondatori di Facebook, Chris Hughes, è stato una colonna della campagna di Obama e della sua «Internet strategy». E Obama qui lo chiamano «il Google della politica». Non solo per l’enorme successo veloce; per la conoscenza delle nuove tecnologie e la capacità di usarle come nessun altro leader, finora. Anche per questo qui ha preso il 70 per cento dei voti, in certi sobborghi ricchi ha avuto 70 volte più finanziamenti del medio distretto postale americano; hanno tifato per lui gli imprenditori del Web 2.0 come i paladini dell’Internet strumento di democrazia e creatività collettiva come Laurence Lessig.

L’inventore di Creative Commons è professore alla Stanford Law School e ha appoggiato già dal 2007 (con un video su Youtube) Obama, di cui è stato collega alla University of Chicago (curiosità: nell’ostensione globale-totale della biografia del neopresidente, i media che effettivamente tifavano per lui pietosamente hanno taciuto sul fatto che sia un ex professore universitario; causa storico anti-intellettualismo americano non avrebbe avuto una chance). Comunque. Passati i festeggiamenti, c’è una Silicon Valley obamiana libertaria (di destra?) e una Silicon Valley obamiana liberista (di sinistra?). Spesso non è proprio una frattura, è più una schizofrenia; a volte si tratta delle stesse persone a diverse ore della giornata. Quando lavorano nella aziendina o aziendona che hanno fondato, dicono «mi aspetto che Obama mantenga la sua promessa di eliminare tutti le tasse sui capital gains per le startup». Quando smettono di lavorare e riaccendono il computer (qui molti girano senza pantaloni, nel senso che stanno in bermuda; quasi nessuno gira senza Mac o pc) magari vanno sul sito di Lessig.

Il «giurista dei digerati» (viene da digitale e letterati, sarebbero gli intellettuali e i creativi della zona) ha creato online l’organizzazione anticorruzione Change Congress e non si fida dei politici: «Passano la maggior parte del tempo a raccogliere soldi per essere eletti o rieletti». Molti di questi soldi vengono dai lobbisti. I lobbisti difendono le multinazionali, i grandi network, i produttori di film e musica. Lessig, che via Creative Commons, siti in cui si mettono a disposizione opere creative e copyright, sostiene che sul web si può condividere, il che è legale, e scaricare, che non lo è; ma lo fanno tutti. Ora vorrebbe che l’amministrazione Obama cambiasse le leggi sul copyright; mantenendolo per le opere nella loro interezza, ma decriminalizzando la condivisione dei files, e l’uso parziale per remix creativi (Remix è il titolo del suo ultimo libro, uno dei pochi effettivamente letti nella valle). E vorrebbe, come molti altri, che Obama mantenesse la sua altra promessa, sulla net neutrality: la neutralità dei provider con cui ci si connette alla rete, in modo che tutti possano accedere a tutto (da senatore, aveva registrato un podcast sul tema,; spiegando che se i grandi provider ottenessero per legge un Internet a due velocità, privilegiato e da barboni, selezionando i contenuti, molti cittadini non potrebbero scaricare neanche le sue parole).

Per ora, Obama ha risposto nominando un veterano di Internet nella sua transition team che valuterà i membri della prossima amministrazione: Julius Genachowski, già capo della commissione obamiana su tecnologie e innovazione. Dovrebbe dire la sua sul capo della Federal Communication Commission, sul segretario al Commercio, su altre nomine importanti. Qualcuno partirà dalla Silicon Valley, si prevede. Qualcuno era già a Chicago la notte della vittoria. Come Sam Perry, venture capitalist della valle e finanziatore elettorale, sulla cui spalla a Grant Park ha pianto Oprah Winfrey, conduttrice-diva della tv e prima sponsor cruciale di Obama. I due non si conoscevano. Ma tutti e due hanno fatto la loro parte, il Google President lo sa.


 

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IL DISCORSO DI OBAMA. Yes, we can

Se lì fuori c’è ancora qualcuno che dubita del fatto che l’America sia il luogo dove ogni cosa è possibile, che si chiede se il sogno dei nostri fondatori è ancora vivo, che ancora dubita del potere della nostra democrazia, questa notte è la vostra risposta…

                                                       di Barack Obama

Chicago (Illinois), 4 novembre 2008. Se lì fuori c’è ancora qualcuno che dubita del fatto che l’America sia il luogo dove ogni cosa è possibile, che si chiede se il sogno dei nostri fondatori è ancora vivo, che ancora dubita del potere della nostra democrazia, questa notte è la vostra risposta.

E’ la risposta data dalle code che si sono formate attorno a scuole e chiese, code così numerose mai viste da questa nazione, code di persone che hanno aspettano 3 o 4 ore, alcune per la prima volta nella loro vita, perchè hanno creduto che questa volta doveva essere differente, che le loro voci avrebbero potuto fare la differenza.

E’ la risposta data da giovani e anziani, ricchi e poveri, democratici e repubblicani, neri, bianchi, ispanici, asiatici, nativi americani, omosessuali, disabili e non. Americani, che hanno lanciato un messaggio al mondo: non siamo mai stati una mera collezione di individui o una collezione di stati rossi e blu.Siamo, e saremo sempre, gli Stati Uniti d’America.

Questa è la risposta che ha portato coloro ai quali è stato detto da molti di essere cinici, impauriti e dubbiosi circa quello che possiamo ottenere a mettere le mani sull’arco della storia e tenderlo ancora una volta verso un giorno migliore.

C’è voluto molto tempo, ma questa notte, a causa di quello che abbiamo fatto oggi, in questa elezione, in questo momento di definizione, il cambiamento per l’America è arrivato. Poco fa, questa sera, ho ricevuto una telefonata veramente cordiale dal senatore McCain. Il Senatore McCain ha combattuto a lungo e strenuamente in questa campagna. Egli ha combattuto ancora più a lungo e con più forza per il paese che ama. Ha sopportato sacrifici per l’America che la maggior parte di noi non può nemmeno cominciare ad immaginare. Oggi noi stiamo bene anche grazie al servizio reso da questo coraggioso e generoso leader.
 

E non sarei qui stasera senza il fermo supporto della mia migliore amica degli ultimi 16 anni, la roccia della nostra famiglia, l’amore della mia vita, la first lady Michelle Obama. Sasha e Malia vi amo entrambe più di quanto possiate immaginare. E vi siete guadagnate il nuovo cagnolino che verrà con noi alla Casa Bianca. E anche se non è più tra noi, so che mia nonna ci sta guardando, insieme alla famiglia che mi ha reso ciò che sono. Mi mancano questa sera. So che il mio debito con loro è smisurato. A mia sorella Maya, mia sorella Alma e tutti gli altri miei fratelli i mie sorelle, grazie per il supporto che mi avete dato. Ve ne sono grato.

[ringrazia il manager della campagna e altri colleghi]

Ma soprattutto, non dimenticherò mai a chi in realtà appartiene questa vittoria. Appartiene a voi. Appartiene a voi. Non sono mai stato il candidato appropriato per questo ruolo. Non siamo partiti con molto denaro o approvazione. La nostra campagna non è passata nelle sale di Washington. E’ iniziata nei cortili di Des Moines, nei salotti del Concord e tra i portici di Charleston. E’ stata portata avanti dalle lavoratrici e lavoratori che davano ciò che potevano dei loro piccoli risparmi: 5 dollari, 10 dollari, per la causa.

E’ cresciuta tra i giovani che hanno rifiutato il mito dell’apatia della loro generazione, che hanno lasciato le loro case e le loro famiglie per lavori che offrivano uno stipendio basso e poche ore di sonno. E’ cresciuta tra i non-così-giovani che coraggiosamente hanno bussato alle porte di perfetti estranei, e dai milioni di americani che si sono offerti volontari per dimostrare che 200 anni dopo un governo fatto di persone, per le persone non è scomparso dalla faccia della terra. Questa è la vostra vittoria.

E so che non lo avete fatto solo per vincere un’elezione. E so che non lo avete fatto per me. Lo avete fatto perchè capite la gravità del lavoro che c’è da fare. Anche se stasera celebriamo, sappiamo che le sfide che ci porterà il domani saranno le più importanti dei nostri tempi, due guerre, un pianeta in pericolo, la peggior crisi finanziaria degli ultimi anni.

Anche se stiamo qua stasera, sappiamo che ci sono americani coraggiosi che si svegliano nel deserto dell’Iraq e nelle montagne dell’Afghanistan e rischiano le loro vite per noi. Ci sono genitori che restano svegli dopo che i figli sono andati a letto, e si chiedono con che soldi potranno pagare la loro educazione. C’è una nuova energia da emanare, nuovi lavori da creare, nuove scuole da costruire, e placare minacce, ristabilire alleanze.

La strada di fronte a noi sarà lunga. La salita ripida. Possiamo non arrivarci in un solo anno, forse nemmeno in un mandato. Ma, America, non sono mai stato così fiducioso come lo sono ora. Vi prometto, noi, noi persone, ci arriveremo. Ci saranno false partenze, molti non saranno d’accordo con ogni decisione che prenderò da presidente. E sappiamo che il governo non può risolvere tutti i problemi. Ma sarò sempre onesto con voi nei riguardi delle sfide che affronteremo. Vi ascolterò, soprattutto quando non saremo d’accordo. E soprattutto, chiedo a voi di unirvi nel ricostruire questa nazione, nell’unico modo in cui è stato fatto negli ultimi 221 anni- quartiere dopo quartiere, mattone dopo mattone, mano coperta di calli dopo mano coperta di calli.

Quello che è iniziato 21 mesi nel profondo inverno fa non può finire in questa notte d’autunno. La vittoria da sola non è il cambiamento che cerchiamo. E’ solo la possibilità per poter mettere in atto quel cambiamento. E questo cambiamento non potrà accadere se torneremo sui nostri passi. Non può avvenire senza di voi, senza un nuovo spirito di servizio, di sacrificio. Invochiamo un nuovo patriottismo, di responsabilità, in cui ognuno di noi sia risoluto nel lavorare più duramente e non badare solo a se stesso, ma anche agli altri.
 
Ricordiamoci che se questa crisi finanziaria ci ha insegnato qualcosa è il fatto che non possiamo avere una Wall Street sfavillante mentre Main Street soffre. In questo paese, cresciamo e crolliamo come un’unica nazione, come un solo popolo. Resistiamo alla tentazione di ricadere nella partigianeria, nella pochezza e nell’immaturità che hanno avvelenato la nostra politica per tanto tempo. Ricordiamoci che fu un uomo di questo stato a portare per primo la bandiera del Partito Repubblicano alla Casa Bianca, un partito fondato su ideali della fiducia in se stessi, libertà individuale e unità nazionale. Quelli sono valori che noi tutti condividiamo. E mentre il Partito Democratico ha ottenuto una grande vittoria questa notte, la riconosciamo con umiltà e determinazione a eliminare le divisioni che hanno rallentato il nostro progresso. Come Lincoln disse a una nazione molto più divisa della nostra, noi non siamo nemici, ma amici. Anche se la passione politica può averli logorati, essa non romperà i nostri legami d’affetto.

E per quegli americani il cui supporto non mi sono guadagnato, non avrò avuto il vostro voto stasera, ma ho sentito le vostre voci. Ho bisogno del vostro aiuto, e sarò anche il vostro presidente. Per quelli che questa sera ci guardano da terre lontane dalle nostre coste, da parlamenti e palazzi, a coloro i quali sono raccolti intorno ad una radio in angoli dimenticati del mondo, ricordate le nostre storie sono diverse, ma il nostro destino è comune, e sappiate che una nuova alba per la guida degli Stati Uniti è a portata di mano.

E per coloro che vogliono distruggere il mondo: vi sconfiggeremo. E coloro che cercano pace e sicurezza: vi supporteremo. E per tutti coloro che si sono chiesti se la luce dell’America brilla ancora come un tempo: questa sera vi abbiamo provato ancora una volta che la vera forza della nostra nazione non è nella forza delle nostre armi o nell’abbondanza delle nostre risorse, ma nel potere duraturo dei nostri ideali: democrazia, libertà, opportunità e irriducibile speranza.

Questo è il vero mito americano: che l’America possa cambiare. La nostra unione può essere perfezionata. Quello che abbiamo già raggiunto ci dà la speranza per quello che potremo e dovremo raggiungere domani. Queste elezioni hanno rappresentato molte “prime volte” e portano dentro di sè molte storie che verranno raccontate per generazioni. Ma voglio parlarvi di una donna di Atlanta, come tanti altri che hanno voluto far sentire la loro voce in queste elezioni, ma con una piccola differenza: Ann Nixon Cooper ha 106 anni. E’ nata una generazione dopo la schiavitù. al tempo in cui non c’erano macchine sulle strade o aerei nel cielo, quando qualcuno come lei non poteva votare per due ragioni: perchè era una donna e per il colore della propria pelle. E stasera penso a tutto ciò che ha visto in America e tutto ciò che ha attrversato; il dolore e la speranza; la lotta e il progresso; i tempi in cui ci veniva detto che non potevamo, e le persone che hanno fatto pressione con quel credo americano: sì, noi possiamo.

In un tempo in cui le voci delle donne venivano zittite e le loro speranze ignorate, lei ha vissuto per vedere le donne alzarsi e avanzare le proprie istanze, e prendere in mano la scheda elettorale. Sì, noi possiamo.

Quando c’era disperazione per la siccità del Dust Bowl e depressione economica, ella ha visto una nazione superare la paura con un nuovo patto, nuovi lavori, un rinnovato senso di un proposito comune. Sì, noi possiamo.

Quando le bombe sono cadute sul nostro porto e una tirannia ha minacciato il mondo, lei era là , testimone di una generazione che ha mostrato la propria grandezza e salvato la democrazia. Sì, noi possiamo.
Lei era là, per i bus di Montgomery, sotto gli idranti a Birmingham, sul ponte a Selma, con un predicatore di Atlanta che disse a un popolo “We Shall Overcome”. Sì, noi possiamo.

Un uomo è andato sulla luna, un muro è caduto a Berlino, un intero mondo è stato messo in comunicazione dalla nostra scienza e dall’immaginazione. E quest’anno, in queste elezioni, ha toccato col suo dito uno schermo, e ha registrato il suo voto, perchè dopo 106 anni in America, tra tempi bui e tempi migliori, lei sa come l’America può cambiare. Sì, noi possiamo.
 
America, siamo giunti a questo punto. Abbiamo visto molto. Ma è rimasto molto da fare. Questa notte, chiediamo a noi stessi - se i nostri figli potessero vivere fino a vedere il prossimo secolo; se le mie figlie fossero così fortunate da vivere tanto a lungo quanto Ann Nixon Cooper, quali cambiamenti potranno vedere? Quali progressi avremo fatto? Questa è la nostra possibilità per rispondere a quella chiamata. Questo è il nostro momento.

Questo è il nostro tempo, di rimettere la gente al lavoro, di aprire le porte delle opportunità per i nostri figli; di far tornare prosperità e portare avanti la causa della pace; di ribadire il sogno americano e riaffermare la verità fondamentale che, anche tra tanti, noi siamo una cosa unica; che mentre respiriamo, speriamo.
E dove ci scontriamo con cinismo e dubbi e con coloro che ci dicono che non ce la possiamo fare, noi rispondiamo loro con un credo senza tempo che rappresenta lo spirito di un popolo: sì, noi possiamo.

Grazie a voi, che Dio vi benedica, e che benedica gli Stati Uniti d’America.

Tratto da http://ainostriposti.wordpress.com

O rapaz que escreve os discursos de Obama

É o próprio Barack Obama quem o diz: Jon Favreau é o seu “mind reader“. Aos 27 anos (e não parece um ano mais velho que isso), com muito café e muitas latas de Red Bull, Favreau não sabe apenas ler os pensamentos de Obama. Sabe também passá-los para o papel, estruturá-los, para que Obama os devolva às multidões, em frases electrizantes. O discurso inaugural pertence-lhe também. Passou semanas e semanas a trabalhar nele. Hoje, tornou-se no mais jovem “speechwriter” presidencial de sempre.

A “Newsweek” escrevia há meses que Jon Favreau tem o pior e o melhor trabalho na história dos redactores de discursos. O pior, porque o seu patrão é alguém que, na verdade, não precisaria da sua ajuda, já que escreveu sozinho não apenas dois “best-sellers” “Dreams from My Father” (”A Minha Herança”, Casa das Letras) e “The Audacity of Hope” (”Audácia da Esperança”, Casa das Letras), como o discurso que o catapultou para a fama nacional, em 2004, na Convenção Nacional Democrata. “Ao mesmo tempo, o mesmo patrão é capaz de discursar de uma forma que faz o seu auditório ficar arrepiado.” E não deve haver muito melhor do que isto para quem ganha a vida a escrever para os outros.

Favreau tinha apenas 23 anos, acabado de se formar no College of the Holy Cross em Worcester (Massachusetts). Conta o “New York Times” que Obama estava a ensaiar o discurso da Convenção, nos bastidores, quando Favreau, que fazia parte da equipa do candidato democrata às presidenciais, John Kerry, o interrompeu: havia um problema de ritmo no discurso. “Ele olhou para mim, um bocado confuso, tipo: ‘Quem é este puto?’”, conta Favreau.

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IL DISCORSO DI McCAIN. La fine di un lungo viaggio

Amici, siamo arrivati alla fine di un lungo viaggio. Il popolo americano ha parlato e lo ha fatto chiaramente…                       
                                                                                                                    di John McCain

Phoenix (Arizona), 4 novembre 2008. Grazie. Grazie, amici. Grazie a voi per essere qui in questa bella serata in Arizona. Amici, siamo arrivati alla fine di un lungo viaggio. Il popolo americano ha parlato e lo ha fatto chiaramente. Poco fa, ho avuto l’onore di chiamare il Senatore Barack Obama e congratularmi con lui. Congratularmi per il fatto che egli è stato eletto presidente di quel paese che entrambi amiamo.

In una competizione così lunga e difficile come è stata questa campagna, il suo successo, da solo, richiede il mio rispetto per la sua abilità e perseveranza. Il fatto, poi, che sia riuscito a ottenere un tale successo ispirando le speranze di così tanti milioni di americani che un tempo credevano di aver poca influenza e poco a che fare con l’elezione di un presidente americano, è qualcosa che ammiro profondamente e per il quale lo lodo.

Questa è una elezione storica, e riconosco il significato speciale che porta per gli afroamericani e per l’orgoglio speciale che devono provare questa notte. Ho sempre creduto che l’America offra un’opportunità a tutti quelli che hanno l’impegno e il desiderio di coglierla. Anche il Senatore Obama crede in questo. Ma dobbiamo riconoscere che, anche se è passato molto tempo dalle vecchie ingiustizie che un tempo hanno infangato la reputazione della nostra nazione e hanno negato ad alcuni americani tutti i privilegi della cittadinanza, la memoria di quelle ingiustizie ha ancora il potere di ferire. Un secolo fa, l’invito a cena alla Casa Bianca rivolto dal Presidente Theodore Roosevelt a Booker T. fu ritenuto un oltraggio in molti quartieri. L’America di oggi è lontana un mondo dalla crudele e spaventosa bigotteria di quei tempi. Non c’è prova migliore di questo che l’elezione di un presidente statunitense afroamericano.

Che non ci sia alcuna ragione… che non ci sia alcuna ragione per cui un americano non possa gioire della propria cittadinanza in questa, nella più grande nazione della Terra. Il Senatore Obama ha ottenuto un grande successo per sé e per il suo paese. Lo applaudo per questo, e gli offro la mia sincera compassione per il fatto che sua nonna non abbia potuto vivere fino a vedere questo giorno. Tuttavia, la nostra fede ci assicura che ella riposa alla presenza del creatore e che è molto orgogliosa del brav’uomo che ha aiutato a crescere.

Il senatore Obama e io abbiamo differenze e ne abbiamo discusso, e lui ha avuto la meglio. Non c’è dubbio che molte di quelle differenze rimarranno. Questi sono tempi difficili per il nostro paese. Questa notte, prometto solennemente che farò tutto quello che potrò per aiutarlo a condurci attraverso le molte sfide che ci attendono. Esorto tutti gli americani… tutti gli americani che mi hanno supportato a unirsi a me non solo per congratularlo, ma per offrire al nostro futuro presidente la nostra buona volontà e il nostro più onesto sforzo per trovare i modi di riunirsi e giungere ai necessari compromessi per scavalcare le nostre differenze e aiutare a riprendere la nostra prosperità, difendere la nostra sicurezza in un mondo pericoloso, e lasciare ai nostri figli e nipoti un paese migliore e più forte di quello che abbiamo ricevuto.

Quali che siano le nostre differenze, siamo tutti cittadini americani. E credetemi quando vi dico che non vi è un’unione che per me abbia avuto più significato di questa.

E’ naturale. E’ naturale, questa sera, provare un po’ di delusione. Ma domani, dobbiamo andare oltre e lavorare assieme per rimettere in moto il nostro paese. Abbiamo combattuto - abbiamo combattuto tanto forte quanto abbiamo potuto farlo. E se non ce l’abbiamo fatta, il fallimento è mio, non vostro. Sono molto grato a voi tutti per il grande onore del vostro supporto e per tutto quello che avete fatto per me. Vorrei che il risultato fosse diverso, amici. La strada è stata difficile fin dall’inizio, ma il vostro supporto e la vostra amicizia non si è mai affievolita. Non posso esprimere compiutamente quanto mi senta vostro debitore. Sono particolarmente grato a mia moglie Cindy, ai miei figli, alla mia cara madre… alla mia cara madre e a tutta la mia famiglia, e a tutti i vecchi e cari amici che sono stati al mio fianco durante tutti gli alti e bassi di questa lunga campagna. Sono sempre stato un uomo fortunato, ancora di più per l’amore e l’incoraggiamento che mi avete dato.


Sapete, le campagne elettorali sono spesso più dure per la famiglia di un candidato che per il candidato stesso, e questo è stato vero anche per questa campagna. Tutto quello che posso offrire in ricompensa è il mio affetto e la mia gratitudine, e la promessa di anni più pacifici davanti a noi. Sono inoltre - sono inoltre, naturalmente, molto grato alla Governatrice Sarah Palin, una delle migliori candidate che abbia mai visto… una incredibile nuova voce nel nostro partito, per l’impegno riformatore e per i principi che sono sempre stati la nostra più grande forza… suo marito Todd e i loro cinque figli… per la loro infaticabile dedizione alla nostra causa, e il coraggio e la grazie che hanno mostrato nelle asperità e stravolgimenti di una campagna presidenziale. Possiamo guardare avanti con molto interesse al suo futuro servizio in Alaska, nel partito Repubblicano e nella nostra nazione. A tutti i miei colleghi di campagna, da Rick Davis a Steve Schmidt e Mark Salter, a ogni volontario che ha lottato così duramente e con tanto valore, mese dopo mese, in ciò che a volte è sembrata la campagna più difficile dei tempi moderni, grazie mille. In un’elezione persa resta comunque per me il privilegio della vostra fiducia e della vostra amicizia.

Non so… non so cosa altro avremmo potuto fare per provare a vincere queste elezioni. Lascio ad altri il compito di capirlo. Ogni candidato fa errori, e sono certo di aver fatto la mia parte. Ma non passerò un momento del mio futuro rimpiangendo quello che avrebbe potuto essere.

Questa campagna è stata e rimarrà il più grande onore della mia vita, e il mio cuore è pieno solamente di gratitudine per questa esperienza e per il popolo americano, che mi ha concesso una equa udienza prima di decidere che il Senatore Obama e il mio vecchio amico Senatore Biden dovrebbero avere l’onore di guidarci per i nostri prossimi quattro anni. Non sarei… non sarei un americano degno di questo nome se rimpiangessi un destino che mi ha concesso il privilegio straordinario di servire questo paese per mezzo secolo.

Oggi, ero un candidato per il più alto incarico elettivo del paese che amo tanto. Questa notte, rimango al servizio di questo paese [come senatore]. Questa è una sufficiente benedizione per chiunque, e ringrazio il popolo dell’Arizona per questo. Questa notte… questa notte più di ogni altra notte, porto nel cuore nient’altro che l’amore per questo paese e per i suoi cittadini, sia che abbiano supportato me o il senatore Obama - sia me che il senatore Obama.

Auguro ogni successo all’uomo che è stato il mio rivale e che sarà il mio presidente. Ed esorto tutti gli americani, come ho fatto spesso in questa campagna, a non disperarsi per le attuali difficoltà, ma di credere, sempre, nella promessa e nella grandezza dell’America, poichè niente, qui, è inevitabile.

Gli americani non si danno mai per vinti. Non ci arrendiamo mai. Non ci nascondiamo mai dalla storia. La storia la scriviamo. Grazie, Dio vi benedica e benedica l’America. Grazie davvero a tutti.

Tratto da http://ainostriposti.wordpress.com

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