Friday, October 31, 2008

Dagli U2 a Stevie Wonder, Ecco la “playlist” di Obama

Ventuno titoli che si ripetono sempre a scandire i vari momenti della sua campagna
Tra le più gettonate “City of blinding lights” dedicata a New York

McCain, invece, diversi autori hanno vietato di usare i loro brani
dal nostro inviato ANAIS GINORI

Obama non è un semplice politico. Suo malgrado, è diventato una rockstar. Ai comizi del candidato democratico non ci sono soltanto elettori, ma anche migliaia di fans devoti. E come ogni divo che si rispetti, anche lui ha la sua personale colonna sonora. Una playlist di canzoni che accompagna tutte le apparizioni pubbliche. I suoi consulenti di immagine, che non lasciano mai niente al caso, hanno studiato una speciale selezione per i suoi comizi. Ventuno canzoni che si ripetono ossessivamente a ogni tappa, tanto da diventare gli autentici tormentoni di questa stagione politica. Le preferite: “The Adventure” di Angels and Airwaves, “Celebration” di Kool and the Gang e “Give the People What They Want” di O’ Jays.

ASCOLTA LA PLAYLIST

Un altro classico è “City of Blinding Lights”, la canzone degli U2 dedicata a New York, che viene utilizzata quando Obama sale sul palco. Con i suoi passi sincronizzati sulla strofa: “Oh, you look so beautiful tonight”. A chiusura dei discorsi, di solito parte “Signed, Sealed, Delivered” di Stevie Wonder, come fosse un sigillo. A fare la regia, ogni volta, c’è ovviamente un curatore musicale, una sorta di Dj che batte il ritmo dei comizi. A McCain invece la musica non ha portato fortuna. Ogni volta che ha cercato di appropriarsi di qualche brano è stato bloccato dagli autori. E’ successo con John Mellecamp, il rocker dell’Indiana, che gli ha probito di usare ‘Our Country’ e ‘Pink Houses’ e con con Bon Jovi per “Who says you can’t go home”. L’unica consolazione per il candidato repubblicano è venuta dal suo più fedele sostenitore, Joe l’idraulico che è stato ingaggiato per fare un disco country. Comunque vada l’elezione martedì, per Joe è già un successo, dai tubi di scarico alla hit parade.

La passione di Obama per la musica non è mai stata un mistero. A giugno, il senatore dell’Illinois aveva mostrato il suo Ipod alla rivista Rolling Stone: molto Dylan e Springsteen, una predilezione per Sheryl Crow. “Sono cresciuto ascoltando Elton John, Earth, Wind&Fire. Ma - aveva aggiunto il senatore dell’Illinois - Stevie Wonder è stato il mio vero idolo”. Dal rap, invece, ha preso le distanze, nonostante a casa le figlie, Malia e Sasha, ne siano appassionate. “Sono preoccupato dal messaggio misogino e materialista che spesso esprime” ha confessato Obama. Anche John Kerry aveva una colonna sonora elettorale. I soliti Springsteen e Bon Jovi, e l’ex batterista dei Nirvana, Dave Grohl, oggi leader dei Foo Fighters. Nel 2004 l’allora candidato democratico invitava sempre i cantanti sul palco insieme a lui per darsi forza. Questa volta non ce n’è stato bisogno.

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La Palin affonda McCain e Obama vola nei sondaggi

Per due americani su tre la governatrice dell’Alaska non è abbastanza qualificata.E Joe l’idraulico imbarazza il candidato repubblicano

Il democratico avanti di 7 punti e negli Stati chiave. Record di ascolti per il messaggio tv. Stasera in Florida torna Al Gore.

 La scelta di Sarah Palin come compagna di ticket per la corsa alla Casa Bianca sta costando cara a John McCain. Secondo l’ultimo sondaggio condotto per New York Times/CBS, la grande maggioranza degli americani pensa che la governatrice dell’Alaska candidata alla vicepresidenza al fianco del senatore repubblicano non sia qualificata per il compito a cui sarebbe chiamata. Lo pensa il 59 per cento degli intervistati, il 9 per cento in più rispetto a un mese fa. Circa un terzo degli elettori sondati afferma che la scelta del candidato vicepresidente sarà determinante per orientare il loro voto, e in grande maggioranza questi elettori dicono che voteranno per il democratico Barack Obama.

Interessante anche il fatto che il fattore razziale stia diventando sempre meno determinante: due terzi degli americani pensano che bianchi e neri debbano avere le stesse possibilità di avanzamento (erano il 50 per cento poche settimane fa).

Il senatore democratico è ormai saldamente in testa in tutti i sondaggi d’opinione, a quattro giorni dal voto. Secondo la rilevazione quotidiana di Zogby per Reuters-C/SPAN, per il secondo giorno consecutivo Obama guida la media nazionale con 7 punti di vantaggio (50 a 43) su McCain, il quale da tre settimane non riesce a superare la soglia del 45 per cento.

Si consolida il favore della vigilia per Obama anche negli Stati chiave, quelli che passando dai repubblicani ai democratici potrebbero determinare l’insediamento alla Casa Bianca del primo presidente nero della storia. Secondo Pollster - che analizza i dati di diversi istituti di sondaggio e fa una media quotidiana - Obama conduce in Florida per 47,8 per cento a 45,2. In Ohio, lo Stato che nel 2004 decretò la riconferma di George Bush, i democratici sono in vantaggio 49 a 43. In North Carolina, Stato del Sud tradizionalmente repubblicano, si profila un testa a testa (48,8 per cento di Obama contro 46,6 per cento di McCain). In Virginia invece Obama conduce i sondaggi in linea con la media nazionale (50,9 a 43,7). Inedito duello anche per l’Indiana, dove McCain resiste con il 47,3 per cento dei consensi della vigilia, insidiato da vicino da Obama che raggiunge quota 46,5 per cento. Infine, la Pennsylvania. McCain vede per ora frantumarsi il suo sogno di strapparla ai democratici: i numeri per ora lo danno lontanissimo da Obama, 41,7 per cento contro il 52,4 del democratico.

Si giocano negli Stati chiave le ultime ore di campagna elettorale. Oggi McCain termina il suo giro in pullman di due giorni in Ohio, dove sta lottando per la sopravvivenza politica. Gli uomini della sua campagna devono essere proprio sconfortati perché ieri sera non sono riusciti a evitargli l’ennesima brutta figura pubblica. Dal palco McCain ha chiamato a gran voce l’uomo simbolo della sua campagna, il famoso “Joe l’idraulico” che avendo sfidato Obama sul tema delle tasse per la strada è finito protagonista dell’ultimo dibattito televisivo ed è diventato immediatamente una celebrità nazionale. “Dov’è Joe? E’ qui con noi questa sera?”, ha chiesto più volte McCain dal palco, aspettandosi l’ingresso del beniamino del pubblico. Ma lui non c’era: “Mi avevano contattato tempo fa, poi non si sono fatti più vivi e non pensavo di dover andare”, ha poi spiegato. Una macchina della campagna di McCain è andata a prelevarlo a casa per portarlo a un altro comizio ma ormai il danno in diretta tv era compiuto.

Obama è in queste ore in Iowa e finirà la giornata in Indiana, dove si profila un interessante testa a testa. Tra l’altro l’Indiana è uno dei primi Stati a chiudere le urne martedì sera e una vittoria di Obama qui potrebbe far premonire un landslide, una vittoria a valanga.

Che ci sia grande interesse per Obama è confermato anche dagli ascolti record per il suo lungo “infomercial”, 30 minuti di video andato in onda mercoledì in prima serata su sette tra i maggiori canali televisivi. Oltre 33,5 milioni di americani lo hanno guardato, un numero che eclissa persino le finali di baseball e che si avvicina solo all’audience del popolarissimo show tv “American Idol”.

Ritorno a sorpresa sul “luogo del delitto” per Al Gore. Il premio nobel per la pace ed ex vicepresidente con Bill Clinton, sarà oggi in Florida, nei luoghi dove nel 2000 affondò tra le polemiche e le accuse di brogli il suo sogno di andare alla Casa Bianca e cominciarono gli 8 anni di presidenza di George W. Bush.

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Thursday, October 30, 2008

Come si elegge il presidente degli Stati Uniti d’America

Sistema Elettorale Americano

Il 4 novembre gli americani eleggono il presidente degli Stati Uniti, vero? No, falso. O parzialmente falso.

Il sistema elettorale degli Stati Uniti è infatti piuttosto complesso, frutto della forma federale dello Stato e della visione aristocratica della democrazia che avevano i padri costituenti alla fine del ‘700. Occorre comprenderne i tratti principali, se si vuole capire come funziona la campagna elettorale.

* Il sistema elettorale americano è indiretto. Non sono infatti i cittadini ad eleggere direttamente il presidente, ma 538 cosiddetti “grandi elettori” che il 15 dicembre votano nei rispettivi Stati. I cittadini sulla scheda esprimono la preferenza per un candidato presidente, ma in realtà eleggono una lista di “grandi elettori” associati con lui.

* E’ il singolo Stato che conta. I voti dei cittadini (detti “voti popolari”) si contano Stato per Stato, non al livello nazionale. McCain può vincere in Texas e perdere in California, Obama può vincere a New York e perdere in Arizona: colui che vince - anche di uno solo voto - in uno Stato si prende tutti i “grandi elettori” in palio in quello Stato (parziali eccezioni: i piccoli Maine e Nebraska, che sono suddivisi in collegi elettorali), chi riesce a far eleggere almeno 270 grandi elettori finisce alla Casa Bianca.

* Come votano i “grandi elettori”. Tradizionalmente i “grandi elettori” sono tenuti a votare per il candidato alla Casa Bianca cui sono associati nelle schede, ma ci sono teoriche eccezioni.

* Come si dividono i “grandi elettori”. Ogni Stato, piccolo o grande, ha diritto a due grandi elettori più tanti altri quanti sono i deputati inviati alla Camera dei rappresentanti. I deputati alla Camera sono attribuiti grossomodo secondo la popolazione, quindi gli Stati più grandi ne hanno di più. Così i piccoli Stati sono relativamente sovrarappresentati rispetto alla popolazione: il Vermont (circa 600.000 abitanti) ha tre “voti elettorali” e la California (35.000.000) ne ha 55.

* Gli Stati “banderuola”. Le ultime settimane della campagna elettorale si concentrano sugli swing states, cioè su quegli Stati dove i sondaggi danno un esito incerto e dove pochi voti possono far pendere la bilancia da una parte o dall’altra. Come già accadde nell’ultima tornata elettorale, l’Ohio risulterà decisivo. In palio anche Florida, Nevada, Colorado, North Carolina, Missouri, Indiana, Virginia.

* La notte elettorale. Non essendoci un “Viminale” che fornisca e certifichi i risultati a livello nazionale, la notte elettorale si passa in attesa dei risultati dei singoli Stati. Le diverse catene televisive (ma ormai anche i quotidiani con i loro siti web) valutano exit poll, proiezioni e poi i dati effettivi e attribuiscono - secondo i loro calcoli - uno Stato a un contendente o a un altro, via via colorando di blu (per i democratici) e di rosso (per i repubblicani) le cartine del Paese.

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Temi della Campagna USA

IRAQ E AFGHANISTAN

McCain
Ha sostenuto la guerra e l’invio di nuove truppe. Non vuole stabilire una data per il ritiro. In Afghanistan vuole l’invio di rinforzi e la creazione di un’”insorgenza” su modello iracheno.

Obama
Si è opposto alla guerra in Iraq. Promette un ritiro completo entro 16 mesi dalla sua elezione. In Afghanistan sostiene l’invio di rinforzi. Pressioni sul Pakistan da dove si infiltra Al Qaeda.

LOTTA AL TERRORISMO

McCain
Propone una nuova agenzia civile-militare con l’invio di esperti nelle zone calde del mondo. Vuole chiudere la prigione di Guantanamo e ha criticato i metodi di interrogatorio inumani.

Obama
Vuole concentrare i finanziamenti per la sicurezza nelle aree più a rischio. Si è opposto al Patriot Act. Vuole la chiusura di Guantanamo e il diritto al processo per i sospetti terroristi.

POLITICA ESTERA

McCain
Sull’Iran vuole più sanzioni e non esclude una soluzione militare. Atteggiamento critico verso la Russia di Putin. Sulla crisi mediorientale, sostiene la soluzione dei due Stati, pressioni sull’Arabia Saudita perché aiuti i palestinesi, il taglio dei flussi di armi e soldi a Hezbollah, il sostegno ai libanesi moderati.

Obama
Non esclude un negoziato diretto con il leader iraniano Ahmadinejad. Dura critica alla Russia. Medio Oriente: sostegno ai “due Stati”, isolamento di Hamas nei Territori finché non riconoscerà il diritto all’esistenza di Israele, diplomazia verso i Paesi arabi perché normalizzino i rapporti con Israele e sostengano l’Autorità nazionale palestinese.

ECONOMIA E CRISI FINANZIARIA

McCain
Promette il taglio delle tasse alla classe media. Manterrebbe i tagli fiscali di Bush ma riducendo la spesa pubblica. Promette la riforma del welfare e della sanità. Ha sostenuto il piano di salvataggio per Wall Street di 700 miliardi di dollari. Promette la copertura federale per conti bancari fino a 250.000 dollari

Obama
Promette tagli alle tasse mirati per aiutare la classe media. Abolirebbe i tagli fiscali di Bush per le fasce ad alto reddito. Vuole riformare la sanità e rinegoziare gli accordi commerciali internazionali. Ha sostenuto il piano di sostegno per Wall Street e propone riforme del settore finanziario, con più controlli pubblici su istituti finanziari e banche.

ENERGIA E AMBIENTE

McCain
Riconosce che il cambiamento climatico è reale e devastante. Promette l’impegno degli Usa in programmi di riduzione dei gas serra se Cina e India aderissero. Rifiuta il sostegno a fonti alternative o piani tariffari che penalizzino la competitività Usa. Sostiene la ripresa delle trivellazioni oceaniche, tranne che nella riserva naturale dell’Artico.

Obama
Vuole un taglio delle emissioni di gas serra americani dell’80% entro il 2050 e un ruolo guida degli Usa nella lotta al cambiamento climatico. Promette investimenti per 150 miliardi di dollari in 10 anni in energie alternative. Non esclude la ripresa delle trivellazioni, mentre il suo vice Biden è nettamente contrario.

ABORTO

McCain
Vuole rivedere la sentenza della Corte costituzionale del 1973 che legalizza l’aborto, anche se in passato l’aveva sostenuta. Promette aiuti statali per le adozioni. La sua vice Palin è radicalmente contraria al diritto all’aborto, compresi casi di stupro o incesto.

Obama
Sostiene il diritto di scelta delle donne, formulato “insieme a dottori, famiglie e consiglieri spirituali”. Ha criticato le recenti decisioni della Corte suprema che ha ridotto i limiti temporali in cui si può praticare l’aborto.

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BARACK OBAMA Una meteora politica che potrebbe cambiare la storia

Primo afroamericano a correre per la presidenza degli Stati Uniti, e fra i più giovani senatori a vincere una nomination, Barack Obama ha già scritto un pezzo di storia americana. Non fosse altro per la rapidità della sua ascesa ai vertici del firmamento politico e per il carisma che ha saputo infondere a una campagna per certi versi senza precedenti. Un po’ della sua unicità è da ascrivere anche a una biografia non proprio convenzionale.

Obama nasce alle Hawaii nel 1961, figlio di un kenyota nero e di una donna bianca del Kansas. Quando Obama aveva due anni suo padre lasciò le Hawaii per conseguire un diploma ad Harvard e poi ritornò in Kenya. Obama lo vide una volta sola durante la sua adolescenza, ma il legame con il padre e con le radici africane è rimasto un segno distintivo della sua vita, a cui ha dedicato anche un libro (“Dreams of my Father”).

Obama andò a vivere con sua madre e il patrigno indonesiano a Giakarta fino all’età di 10 anni, per poi ritrasferirsi alle Hawaii insieme ai nonni materni, con cui mantiene ancora oggi un forte legame affettivo. Nonostante sia suo padre che il secondo marito della madre siano musulmani, Obama si professa cristiano.

La sua è un’adolescenza turbolenta, non ultimo per la sua ambivalente identità razziale. Obama ha ammesso di aver fatto uso di marijuana e cocaina in questi anni.

Il college è a Los Angeles e poi a New York, poi il trasferimento a Chicago per lavorare come assistente sociale, dal 1985 al 1988.

Si laurea in legge ad Harvard nel 1991 e torna poi a Chicago per lavorare come avvocato per i diritti civili e insegnante di diritto costituzionale. E’ qui che incontra la moglie Michelle, impiegata nello stesso studio legale. Con Michelle avrà due figlie, Malia Ann e Natasha (Sasha), di 10 e 7 anni.

La carriera politica comincia nel 1996, quando viene eletto nel Senato dell’Illinois. Tenta la corsa al Congresso nel 2000, ma non ottiene la nomination. Nel 2004 si ripresenta al Senato. Il suo discorso alla Convention democratica che quell’anno incoronò John Kerry segna la svolta della sua carriera: il giovane candidato senatore infiamma la platea, di lui si comincia a parlare come di un “futuro presidente”.

La sfida arriva presto: nel 2007, tre anni dopo l’ingresso in Senato, Obama forma il comitato elettorale e si lancia in quella che sarà una battaglia per la nomination democratica fra le più aspre in decenni. La sua avversaria è l’ex first lady Hillary Clinton, donna di potere e carismatica. Il loro duello, finito a poche settimane dalla convention di Denver, vede per la prima volta in campo i temi di genere e razza prepotentemente sul tappeto, e rischia di dividere il partito democratico.

Con l’appoggio dei Clinton alla campagna dell’ex rivale e una tenuta costante nei sondaggi d’opinione, la corsa del senatore nero dell’Illinois sembra comunque già destinata a scrivere un capitolo di storia americana.
(R.M.)

http://www.repubblica.it/speciale/2008/elezioni_usa/swf/usa_sondaggio.html

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Obama, trenta minuti su sette tv per ricostruire il Sogno americano

Il candidato democratico ha acquistato uno spazio sui principali canali nazionali
per un superspot-documentario senza precedenti nella storia degli States

Nel filmato la storia di quattro famiglie messe in ginocchio dalla crisi
dal nostro inviato MARIO CALABRESI

KISSIMMEE (Florida)
- Ieri sera alle venti è andato in onda sulle televisioni americane il primo messaggio a reti quasi unificate di Barack Obama. Appoggiato ad una scrivania, con la bandiera a stelle e strisce alle spalle, in uno studio che sembrava una via di mezzo tra quello Ovale della Casa Bianca e un salotto di provincia, il candidato democratico ha promesso di ricostruire il Sogno americano e la classe media.
Obama aveva comprato mezz’ora di spazio su sette canali nazionali per trasmettere un superspot elettorale a cinque giorni dal voto.

Un filmato lungo trenta minuti frutto di settimane di lavoro del regista Davis Guggenheim, figlio del documentarista ufficiale della campagna di Robert Kennedy e autore con Al Gore del documentario premio Oscar sul riscaldamento globale.

Uno speciale, dal titolo Barack Obama: American Stories, che ha raccontato la vita del candidato (si sono viste le immagini dei suoi genitori e dei nonni) ma soprattutto la storia di quattro famiglie messe in ginocchio dalla crisi americana. Il regista le aveva scelte con cura e la voce narrante di Obama le ha raccontate una per una, a partire dalla mamma bianca che denuncia i costi impossibili della sanità, al pensionato nero che deve tornare a lavorare per poter pagare le medicine alla moglie malata di artrite, alla ragazza madre ispanica che deve fare due lavori per poter crescere la figlia, fino all’operaio che ha perso il lavoro alla Ford, l’azienda per la quale lavoravano anche suo padre e suo nonno.

E’ la descrizione dell’America “rotta” che va soccorsa e ricostruita prima che vada definitivamente a pezzi: “Sono decenni che parliamo degli stessi problemi. Negli ultimi venti mesi ho girato in lungo e in largo il Paese, Michelle e io abbiamo incontrato tanti americani che vogliono un cambiamento concreto e duraturo che faccia una differenza nella loro vita”.

Infine Obama ha parlato di sua madre, Ann Dunham, delle difficoltà che ha avuto per combattere contemporaneamente contro il tumore che l’ha uccisa e l’assicurazione sanitaria che non voleva pagarle le cure. Lo spot si è concluso con un collegamento in diretta con una cittadina della Florida dal nome simbolico, Sunrise (alba), dove Obama stava terminando il suo comizio.

Nessun candidato aveva mai pensato ad un’offensiva mediatica di questa portata: in passato il miliardario texano Ross Perot - che corse nel ‘92 come terzo incomodo contro Clinton e Bush padre - aveva comprato una serie di maxispot ma mai di questa lunghezza e su tante televisioni contemporaneamente.
Obama si è potuto permettere di spendere cinque milioni di dollari in mezz’ora perché la sua raccolta fondi ha superato la cifra stratosferica di 600 milioni di dollari. Tanto che nelle ultime tre settimane ha saturato l’etere con i suoi spot: ne ha trasmessi 140 mila, che messi uno dietro l’altro occuperebbero 53 giorni.

Gli strateghi di Obama avevano studiato a lungo quando giocare la carta dell’ultima offensiva e hanno deciso che doveva essere ieri sera, che mercoledì era il giorno giusto, convinti che l’onda emotiva del video e del comizio notturno che ha tenuto con Bill Clinton sia in grado di arrivare fino a martedì prossimo e di convincere gli indecisi. McCain per replicare ha usato la tribuna che gli ha messo a disposizione la Cnn, invitandolo alla trasmissione di Larry King, e ha attaccato accusando Obama di voler alzare le tasse e di non avere l’esperienza per difendere l’America dalla minaccia del terrorismo.

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JOE BIDEN L’insider di Washington che piace al cuore industriale del Paese

Joseph Robinette Biden è nato a Scranton, in Pennsylvania, nel 1942 da una famiglia irlandese e cattolica. A 10 anni si trasferisce con la famiglia in un quartiere della classe media, la New Castle County, in Delaware: suo padre è venditore di auto ed insegna ai figli (quattro) a lavorare sodo e lottare per ciò in cui credono.

Nel 1961 ottiene il diploma alla Archmere Academy a Claymont, in Delaware. Poi l’iscrizione all’Università del Delaware a Newark. Nel 1965 la laurea e nel 1968 la specializzazione in Giurisprudenza conseguita alla Syracuse University, dopo la quale inizia ad esercitare la professione di avvocato.

Nel 1964 incontra la prima moglie, Neilia Hunter, che sposa nel 1966. Da lei ha tre figli, Joseph R. III (Beau), Robert Hunter e Naomi. Viene eletto al Senato a soli 30 anni e dopo qualche mese la sua vita viene sconvolta da una tragedia: la moglie ventisettenne e la figlia di 13 mesi muoiono in un incidente stradale, travolte da un camionista ubriaco, mentre andavano a comprare l’albero di Natale. In macchina c’erano anche gli altri due figli della coppia, di tre e due anni, che sopravvivono ma rimangono gravemente feriti. Biden fa la spola quotidianamente con l’ospedale: per settimane non abbandona i loro letti, uscendo solo per il funerale della moglie e della figlia.

Molti scommettono che lascerà il mandato, ma lui non molla, facendo il pendolare tra Washington e casa, a Wilmington, in Delaware - tre ore di treno ogni giorno - per poter crescere i suoi bambini. Nel 1975 incontra la donna che diventerà la sua seconda moglie, Jill Jacobs, un’insegnante del Delaware con cui si ricostruisce una vita. Si sposano nel 1977 e nel 1981 hanno una figlia, Ashley. Oggi hanno cinque nipoti.

Biden è stato rieletto al Congresso nel 1978, nel 1984, nel 1990, nel 1996 e nel 2002: attualmente è al sesto mandato. I suoi punti di forza si ritrovano nella sua vita privata: figlio del popolo, orgoglioso di un padre che gli ha insegnato che “nessuno è meglio degli altri”, ha dimostrato di sapersi rialzare, superando prove terribili: oltre alla perdita della prima moglie e della figlia, Biden è stato operato due volte per l’asportazione di un aneurisma cerebrale. E’ cattolico ma favorevole all’aborto. Ha radici nella classe operaia, la battuta pronta, ed è molto amato nel cuore industriale dell’Est e in parecchi stati in bilico.

Ma è anche un uomo di apparato e rassicurante di fianco al giovane Barack Obama; un insider che conosce perfettamente Washington, dove si muove a suo agio e sa come manovrare le leve del potere nonostante la sua tendenza ormai nota alle gaffes. Presidente della commisione Esteri del Senato, è un esperto di politica estera, campo in cui il senatore Obama è invece considerato più debole. Dal 1991 è professore associato presso la Widener University School of Law, dove tiene un seminario di legge costituzionale. Ha tentato per due volte la candidatura alla Casa Bianca, senza successo.
(A.Ma.)

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SARAH PALIN Hockey mom col rossetto la “barracuda” che viene dall’Alaska

Sarah Lousie Heath nasce l’11 febbraio 1964 a Sandpoint, in Idaho, ma si trasferisce a tre mesi in Alaska, dove il padre Charles insegna scienze ed è istruttore di atletica a Skagway e la madre Sally segretaria della scuola. Cresce a Wasilla, quasi 8.000 anime, ed è appassionata di basket. Nel 1982 si guadagna sul campo il soprannome di “barracuda” per il suo stile di gioco duro, durante il campionato statale di pallacanestro cui partecipa con la sua Wasilla High School. Reginetta di bellezza, vince diversi concorsi locali: nel 1984 diventa Miss Wasilla ed è poi finalista a Miss Alaska. Si laurea in giornalismo all’Università dell’Idaho nel 1987 e poi lavora come reporter sportiva per una rete televisiva di Anchorage.

Amante della vita all’aria aperta, della pesca e della caccia - è membro della National Rifle Association - adora gli hamburger di alce e le gite in slitta sulla neve. Nel 1988 sposa il suo ragazzo dei tempi della scuola, Todd Palin, che ha radici eschimesi ed è stato quattro volte campione della Iron Dog, la più lunga gara in motoslitta del mondo. La coppia ha cinque figli: Bristol (17 anni, in attesa di un figlio dal suo compagno) Willow, Piper, Track e l’ultimo, Trig, nato in aprile e affetto da sindrome di Down.

Sindaco di Wasilla dal 1996 al 2002, poi presidente della “Alaska Oil Conservation Commission”, nel 2006 stabilisce tre record: diventa il più giovane governatore nella storia dell’Alaska, la prima donna, e la prima a diventarlo essendo nata dopo che lo stato è entrato a far parte degli Stati Uniti d’America (il 3 gennaio 1959). E’ di religione protestante e convinta antiabortista: non ha avuto dubbi sul portare avanti la sua ultima gravidanza dopo che il test prenatale aveva rivelato che il figlio avrebbe avuto la sindrome di Down. Si oppone alla ricerca scientifica sulle cellule staminali embrionali e si è detta favorevole all’insegnamento del creazionismo a scuola.

L’annuncio di John McCain che l’ha scelta come compagna di ticket e candidata alla vicepresidenza per i repubblicani ha lasciato tutti sorpresi. Sconosciuta alla stragrande maggioranza degli americani, si è presentata al pubblico come una “hockey mom”, una mamma che accompagna i figli a giocare a hockey sul ghiaccio, lo sport più amato nel suo stato. Decisa e piena di grinta, è nota per il suo spirito indipendente ed ha fatto la guerra ai lobbisti in uno degli stati più corrotti dell’unione.

Ha uno degli indici di popolarità fra più alti tra i politici americani, anche se non è esente da controversie, dalla scarsa esperienza - in particolare sulla sicurezza nazionale e politica estera - finita più volte nel mirino degli avversari, all’inchiesta che la vede sotto indagine per abuso di potere: avrebbe sollevato dall’incarico il responsabile della pubblica sicurezza dello stato dopo il suo rifiuto di licenziare un poliziotto, che aveva appena divorziato da sua sorella. Sarah Palin è la seconda donna candidata alla vicepresidenza nella storia degli Stati Uniti, dopo il tentativo della democratica Geraldine Ferraro che corse per la Casa Bianca con Walter Mondale nel 1984.
(A.Ma.)

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JOHN McCAIN Un eroe del Vietnam “Maverick” della destra

Figlio e nipote di ammiragli della Marina, per John McCain il segno distintivo della vita e della carriera politica è il servizio.

Nato nel 1936 nel Canale di Panama, dove suo padre era di stanza, McCain ha seguito e tramandato la tradizione che lega da generazioni la sua famiglia all’Accademia navale di Annapolis, nel Maryland. E’ qui che si è laureato nel 1958, per poi diventare pilota di caccia e partire volontario per il Vietnam.

Durante la guerra viene preso prigioniero dai Vietcong e trascorre cinque anni e mezzo in un campo di prigionia, dove viene spesso torturato. Rifiuta di essere rilasciato prima della liberazione di altri prigionieri di guerra che erano stati presi prima di lui, rientra negli Stati Uniti nel 1973 e dieci anni dopo comincia la sua carriera politica. La prigionia e l’esperienza in Vietnam costituiranno l’elemento dominante della sua vita, personale e politica.

Nel 1986 vince il seggio di senatore per l’Arizona e viene rieletto tre volte. I primi anni di attività politica si incentrano su quel che McCain conosce meglio: il Vietnam. Insieme a un altro veterano, il senatore democratico John Kerry, si dà da fare per cercare eventuali prigionieri di guerra ancora detenuti in Vietnam, ma non ne trovano. Poi lavora per normalizzare le relazioni diplomatiche con l’ex paese nemico.

Dai primi anni di carriera in Senato, McCain si guadagna la fama di “maverick”, una “testa calda”, al di fuori degli schemi del partito repubblicano.

Nel 2002 contribuisce all’approvazione della riforma più importante a lui attribuibile, la nuova legge sui finanziamenti delle campagne elettorali, sfidando l’opposizione della leadership repubblicana. Nel 2005 si mette di nuovo contro il partito con la riforma sull’immigrazione, definita dai conservatori una “amnistia” per gli immigrati illegali.

La carta del “maverick” viene giocata una prima volta nella corsa alla nomination repubblicana per la Casa Bianca contro George W. Bush nel 2000. La sfida termina subito dopo le primarie del New Hampshire, ma è un buon test per capire che la reputazione controcorrente di McCain piace agli elettori indipendenti.

Da allora McCain diventa uno dei più forti sostenitori della campagna bellica di Bush in Iraq, e sostiene Bush nelle presidenziali del 2004. Quando i democratici riconquistano la maggioranza al Congresso, si batte contro i loro tentativi di fissare una data per il ritiro dall’Iraq.

Nel 2007 si lancia per la sfida alla successione di Bush in un campo repubblicano piuttosto affollato. Non è tra i favoriti per la nomination, ma il clima di profondo scontento verso la presidenza Bush gioca in suo favore.

Al suo fianco nella campagna compare la moglie Cindy Lou Hensley, manager della ditta di birra di suo padre e filantropa. Sul fronte della vita privata, McCain può vantare una delle famiglie più grandi e complicate della storia delle campagne presidenziali: sette figli, due matrimoni. Due dei suoi quattro maschi, Jack di 21 anni e Jimmy di 19, sono arruolati nella Marina. Jimmy si trova attualmente in Iraq.

Dal primo matrimonio ha avuto tre figli (Doug e Andy adottati dal primo matrimonio della moglie e Sidney). Con Cindy ha avuto Meghan (che durante la campagna per le primarie ha tenuto un blog molto seguito), Jack, Jimmy e una bambina adottata, Bridget.

Se vincesse le elezioni del 4 novembre, sarebbe il più anziano presidente mai eletto.
(R.M.)

Clicca sulla mappa per vedere il sondaggio Stato per Stato
 

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Thursday, October 2, 2008

Os Ministros da II° Republica

O novo Governo de Angola, uma emanação das últimas eleições legislativas vencidas por maioria absoluta pelo MPLA, é empossado sexta-feira, em Luanda, pelo Chefe de Estado angolano, José Eduardo dos Santos.

Trinta e cinco membros deste executivo, integrando 33 ministérios e duas secretarias de Estado, irão jurar fidelidade à pátria angolana e predispor-se em cooperar na realização dos fins superiores do Estado, numa cerimónia que ocorrerá no Salão nobre do Palácio Presidencial, à Cidade Alta.

Desta cifra, as mulheres detêm a percentagem de 28,5, o que confirma a pretensão do MPLA em ultrapassar a média de 30%, recomendada pela Comunidade de Desenvolvimento da África Austral (SADC).

Estreiam-se os titulares das Relações Exteriores, Assunção Afonso dos Anjos, da Economia, Manuel Nunes Júnior, da Justiça, Guilhermina da Costa Prata, das Finanças, Severim de Morais e do Comércio, Idalina Valente.

Da Hotelaria e Turismo, da Geologia e Minas, da Ciência e Tecnologia e da Energia, respectivamente, Pedro Mutinde, Mankenda Ambroise, Maria Cândida Teixeira e Emanuela Veira Lopes, são também ministros estreantes.

Estreiam-se ainda José Carvalho da Rocha, pelo pelouro das Telecomunicações e Tecnologias da Informação, José Vieira Dias Van-Dúnem, pela Saúde, e Rosa Maria da Cruz e Silva, pela Cultura.

Novos como titulares são ainda os da Família e Promoção da Mulher, Genoveva da Conceição Lino, da Juventude e Desportos, Gonçalves Muandumba, e Secretaria de Estado para o Desenvolvimento Rural, Maria Filomena Delgado.

Angop

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